Approfondiamo una fiaba

Io credo questo : che le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, ... sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna.”

tratto da “Fiabe italiane” di Italo Calvino

 

 

UN RACCONTO DA LEGGERE NELLA NOTTE DI HALLOWEEN

 

 

L'Inverno e la Primavera


Tanto tempo fa, nell'antica Grecia, l'inverno non esisteva.

Demetra, la dea dei raccolti e del grano, faceva risplendere il sole tutto l’anno, tra bionde messi e profumati fiori...e nessuno amava i fiori più di sua figlia, Persefone.


Un pomeriggio, mentre Persefone era intenta a raccogliere rose selvatiche, la giovane vide un carro scuro trainato da quattro cavalli neri. Alle redini c'era Ade, dio degli inferi e signore dei morti che viveva in un buio regno sotterraneo popolato soltanto di ombre. Rimasto improvvisamente abbagliato alla vista di Persefone i cui capelli rilucevano come oro ai raggi del sole, se ne innamorò subito.

Deve diventare la mia sposa. Ma come faccio a convincerla?”


Tutto ad un tratto, Ade spronò i cavalli al galoppo, si sporse e tirò sul carro Persefone.

I cavalli ripresero la corsa sfrenata. Poi, a un gesto del dio degli inferi, nel terreno si aprì un'enorme voragine: il carro vi sprofondò dentro e la terra si richiuse con un boato di tuono.

Dove prima c'era Persefone, alcuni petali di rosa caddero lievi sull'erba.


Per tentare di conquistarla, Ade mostrò a Persefone i tesori del suo regno: i campi di gigli, i fiumi incantati, le gemme delle profondità della terra.

Ma con sua grande delusione, Persefone, che era figlia di una dea, rimase sempre impassibile. “Come hai osato rapirmi? Mia madre sarà molto preoccupata…”

Almeno cerca di mangiare”, la implorò lui, porgendole un piatto colmo di rosse melagrane.

Non ne hai mai assaggiate di così saporite. Sono molto più dolci di quelle che crescono sulla terra”.

E Ade le sorrise, con un sorriso così soave che illuminò il buio. E lei, finalmente, rispose al sorriso…


La madre Demetra, intanto, non vedendola tornare ed avendola cercata ovunque invano, entrò in grande agitazione. Il suo dolore gelò la terra: i suoi sospiri erano raffiche gelide e le sue lacrime cadevano come pioggia di ghiaccio, creando il primo inverno.

Finchè a Demetra non giunse notizia che Ade aveva portato Persefone nel regno degli inferi.

Ade ?”, strillò. “Ora vedremo!”

Demetra andò subito da Zeus, il re degli dei. “Deve restituirmi mia figlia, altrimenti creerò un inverno infinito”.

Zeus non poteva ignorare una tale minaccia e così inviò subito un messaggero a cercare Persefone.


Con grande sorpresa, insieme a Persefone, che tremava nervosa, giunse anche Ade, che le teneva delicatamente la mano.

Zeus scrutò attentamente la giovane coppia prima di parlare.

Demetra rivuole indietro sua figlia. Prima, però, Persefone, devo sapere se hai mangiato qualcosa nel regno degli inferi. In tal caso, la legge esige che tu rimanga lì”.

Non ho mangiato niente”, rispose. “Eccetto...”, e lanciò uno sguardo a Demetra, mordendosi le labbra “ …Eccetto quei quattro semi di melagrana”.

Beh, non conterà mica?” fece Demetra.

Zeus guardò Persefone e Ade per mano. “ Temo di sì”, rispose. “Per ogni seme mangiato, Persefone trascorrerà un mese all'anno nel regno degli inferi”.

Ade e Persefone si sorrisero, Demetra si rabbuiò. “Allora, per quattro mesi l'anno, sulla terra ci sarà un rigido inverno”, fu lapidaria.

D'accordo” fu la decisione finale di Zeus.


Da allora, ogni anno Demetra piange la partenza della figlia: le foglie cadono, muoiono i fiori.

Finchè Persefone è con Ade sottoterra, l'inverno gela il mondo e al suo ritorno, Demetra la festeggia con il sole della primavera.

Così le stagioni cambiano, Ade e la sua giovane sposa sono felici insieme e Zeus, sornione, sorride osservando dall’alto.


...HALLOWEEN E' LEGATO AD UN RITO MOLTO ANTICO


Demetra piange la figlia Persefone, relegata per tre mesi negli inferi e il suo dolore copre la terra di desolazione: è l'arrivo dell' Inverno, freddo e con poca luce.

Ogni anno secondo questa antica storia, nel momento in cui Persefone entra con Ade negli inferi, la porta del Regno dei morti che per l'occasione resta aperta, permette agli spiriti dei morti di attraversarla per tornare sulla terra. In tal modo essi possono far visita ai loro cari ed essere di buon auspicio.

In epoche antiche, le processioni di questi spiriti nei villaggi erano seguite da veri e propri accompagnatori, spesso figure femminili. Nel Nord Italia per esempio troviamo i Benandanti, maghi buoni, dei quali si diceva fossero nati con la camicia, cioè con uno strato biancastro sul corpo e quindi molto fortunati. I Benandanti, grazie alla capacità di vedere gli spiriti, guidavano la gente dei villaggi lungo le strade, per i boschi, intonando canti e formule misteriose. Le persone che vi partecipavano portavano in mano delle candele o dei lumini ricavati dalle rape o dalle cipolle svuotate per poter illuminare, ai loro defunti, il cammino verso le loro case.

Fino alla prima metà del Novecento in molte case italiane (e non solo), veniva lasciato un posto libero a tavola o del cibo sul davanzale della finestra, “ i cibi vengono così allestiti per ristorare i morti, che in determinati giorni sono presi da nostalgia per l'antica dimora e, stanchi del loro vagare, chiedono d'essere accolti, di riposare, di essere sfamati.” scrive Ginzburg ne “I Benandanti” .

Nei paesi anglosassoni la visita dei defunti è diventata nel tempo una celebrazione importante che gli Irlandesi hanno esportato in America in seguito alla loro emigrazione del 1934. Qui l'abbondanza di zucche, usate come lumini al posto delle rape, ne ha fatto diventare un simbolo della festa di Halloween che corrisponde alla Festa dei Santi del 2 Novembre.

Anche in Italia la notte di Halloween si sta colorando dei travestimenti di esseri notturni paurosi e legati al mondo del fantastico, maghi, streghe, vampiri, zombies, immaginando che possano essere liberi di muoversi tra i comuni mortali per portarvi scompiglio e agitazione.



 

 


PERSONAGGI E SIMBOLOGIA DI “ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE”


Life, what is it but a dream?”


La vita che cosa è, se non un sogno?”


(Lewis Carroll)


Dell’arcinota vicenda di Alice e del mirabolante Paese delle Meraviglie in cui casualmente la bambina finì, ne sanno tutti.

Come molti, certamente, sanno che ciò che per decenni fu considerato un vero classico per l’infanzia, altri non è che testo denso di significati simbolici e messaggi allegorici, comprensibili, perciò, quasi esclusivamente da fruitori adulti.

Iniziamo da una breve sintesi del racconto per poi proseguire con una prima generale analisi simbolica degli stessi protagonisti.


L’autore di Alice nel Paese delle Meraviglie, Lewis Carroll, ci presenta immediatamente nel suo racconto l’amata protagonista, Alice appunto, una bambina di sette anni annoiata e fiaccata dal caldo primaverile che, mentre ascolta disattenta la lettura della sorella maggiore, scorge nel prato un Coniglio Bianco col panciotto che borbotta fra sé “E’ tardi, è tardi!”.

La curiosità per quella insolita creatura spinge Alice a seguirlo fino nella sua tana finchè la bambina non cade, letteralmente e metaforicamente, in un onirico mondo sotterraneo fatto di paradossi, di assurdità e di nonsensi. Nella sua caccia al coniglio accadranno ad Alice le più improbabili disavventure. Arrivata in fondo al tunnel, infatti, la bambina trova una stanza piena di porte ma solo dopo una serie di rimpicciolimenti ed ingrandimenti fisici attraverso cibi e bevande dai magici poteri, Alice riesce non senza difficoltà a trovarsi al di là della porta, travolta dalle onde di un mare che ella stessa alimenta con le sue copiose lacrime, e nuovamente coinvolta in altre esperienze del tutto bizzarre: dal girotondo degli animali sulla spiaggia, al racconto senza capo né coda del buffo topino, fino alle discussioni con gli astiosi fiori parlanti e le storielle di Pinco Panco e Panco Pinco.

L’incontro poi con il saggio Bruco dalle mille domande e dai mille enigmi, rivelerà ad Alice il segreto del fungo che le permetterà di ritrovare le sue giuste proporzioni.

La bambina, così, si rimette in moto e giunge nella casa di una duchessa in cui è costretta a cullare un bambino-maialino che urla e starnutisce per l'aria satura di pepe mentre una cuoca rimesta la zuppa e, di tanto in tanto, lancia stoviglie e pentole per aria, senza alcun senso apparente.

Attraverso poi le indicazioni del Gatto di Cheshire, il cui sorriso sornione compare e scompare nel cielo stellato, Alice, alla costante ricerca del Coniglio Bianco, si imbatte nello strano tè della Lepre Marzolina e del Cappellaio Matto, un ricevimento paradossale in cui si festeggiano compleanni inesistenti.

Dopo aver lasciato il pazzo ricevimento, Alice trova la strada per il castello della regina, dove incontra soldati di carte che, in onore della Regina di Cuori, dipingono di rosso le rose che, per un terribile errore, erano state piantate bianche.

La Regina si mostra subito aggressiva ed invita Alice a giocare ad un confusionario croquet, con fenicotteri come mazze e ricci come palle, da cui la Regina doveva necessariamente uscire vincitrice.

Per questa ragione la storia si conclude con l’istituzione del processo contro Alice che, però, tornata della sua normale statura e, con essa, ritrovata anche la giusta misura della realtà, prende in mano la situazione con maturità ed autocontrollo.

E’ proprio in quel momento, però, che Alice si risveglia tra le braccia della sorella e, scoprendo che si è trattato solo di un sogno, si dirige a casa per l'ora del tè.



L’Alice del capolavoro di Carroll è un personaggio realmente esistito: è Alice Liddell, figlia del rettore del Christ Church College di Oxford che Carroll conobbe quando la bambina aveva solo quattro anni.

Eppure, paragonando le foto che lo stesso Carroll scattò ad Alice con i disegni del suo illustratore Tenniel, le differenze tra le due bambine sono evidenti: l’una piccola e bruna, l’altra bionda e slanciata.

Ed è il personaggio stesso dell’Alice del racconto che sembra risentire di questa continua oscillazione/crisi della sua identità, in opposizione costante, proprio come il biondo ed il bruno, tra nome e pseudonimo, crescere e decrescere, in una sorta di disorientamento globale nella dilatazione spazio temporale della realtà ( “meravigliosa”) sotto terra.

Lo stesso nome Alice è ambiguo: se di origine celtica, significa “di bell’aspetto”, “bella”, se di origine greca, invece, derivando da  “Alessandro”, significa “che protegge, che salva”. Ma Alice è un’eroina prima di tutto curiosa, dote assai atipica per la letteratura ottocentesca di epoca vittoriana, perciò disposta ad abbandonare le sue sicurezze per un viaggio nell’ignoto.

E’ questo stesso tratto di ingenuo candore, di purezza e di spontaneità che intenerisce l’autore e che oppone Alice a molti degli altri personaggi-animali della storia che invece mostrano alcune caratteristiche tipiche dell’Eros maschile, come il Topo.

Il Topo, infatti, rappresenta simbolicamente l’animale impuro che vive anche nelle fogne, nell’oscurità assoluta, che si ciba di spazzatura, che resta così ai limiti del sociale e trascorre la sua esistenza rodendo la propria coscienza.

Il Coniglio Bianco rappresenta la figura dell’adulto, fortemente ossessionato dal tempo, che subisce tutte le autorità, in special modo femminili, dalla Duchessa alla Regina di Cuori.

Il Cappellaio Matto, pazzo già nella definizione, è invece un eroe del tutto positivo e, pur essendo adulto, mantiene la forza dirompente del bambino che combatte le imposizioni e i luoghi comuni e si ritrova addirittura a sfidare il Tempo per capovolgerlo.

La dualità del grande/piccolo, del diventare adulto/restare bambino, l’enigma degli opposti uguali e diversi, sembra ben rappresentata dai personaggi di Pincopanco e Pancopinco  che diventano il primo incontro di Alice nel suo viaggio interiore e che le raccontano del grande pericolo del peccato di ingenuità, come accadde nella vicenda narrata delle piccole ostriche raggirate dal Tricheco e dal Carpentiere, metafora questa del rischio rappresentato dagli imbonitori, e da tutto quello che possa finire con il fagocitare le coscienze inesperte proprio come quella di Alice, piccola perché ancora bambina.

I personaggi-animali che si incontrano hanno poi spesso legami concreti con la storia di Alice e ne ricalcano alcune caratteristiche peculiari, come il pappagallo, la sorella maggiore di Alice, Lorina Lidddell, che rappresenta l’autorità dei più grandi o il Grifone, emblema dello stesso Trinity College di Oxford, simbolo della pedagogia vittoriana opprimente ed impositiva, piuttosto che l’altra sorella, rappresentata da un aquilotto, oppure lo stesso padre di Alice visto come un’anatra o infine l’autore, il fantasioso Dodo.

Secondo alcune interpretazioni recenti, il Gatto del Cheshire potrebbe simboleggiare lo stesso autore, per la saggezza di alcuni consigli, per l’amichevole clima instaurato in più occasioni con Alice e per il fatto che entrambi sono nativi del Cheshire.

Altra donna di potere è certo la Regina di Cuori, rossa come il sangue, la passione e la collera, probabile caricatura satirica della sovrana, la regina Vittoria.

Le Regina di Cuori rappresenta l’antica Furia greca, della cui sensualità è debole vittima lo stesso consorte Re di Cuori, forse personificazione dell’amato padre di Carroll, prematuramente scomparso.

In quanto Grande Madre crudele è in grado di giudicare con un solo mezzo:il taglio delle teste.

La Regina non è in grado di riconoscere l’individualità del singolo, perciò riduce tutti a numeri, semplici carte del suo gioco nelle strade di sua proprietà.

Il potere della sovrana è assoluto e anche l’evidenza deve piegarsi al suo volere: durante le sue partite di croquet non può che esserci un solo vincitore, la regina stessa.

Ma durante il processo Alice cambia sempre statura finchè ha finalmente il coraggio di affrontare la Regina, di dire la verità, di avere una chiara visione delle cose: la sua.

Ed è proprio nel momento della sua massima maturazione, del suo essere davvero cresciuta al di là della statura, che si sveglia e può tornare alla tranquilla certezza del suo quotidiano.

Alice, a differenza di tutti gli stereotipi femminili delle tradizionali favole per l’infanzia, non rappresenta il prototipo della bambina a immagine e somiglianza del maschio ma rappresenta la possibilità di potersi esprimere e comportare esattamente come le è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene, di cui tra l’altro mostra molte caratteristiche peculiari ma non esclusive.

Alice è infatti graziosa, leziosa e piagnucolosa come molte bimbe sue coetanee, ama giocare con il suo gattino, conosce a meraviglia le poesie imparate a scuola con grande diligenza, sa fare la riverenza e parla con rispetto ed educazione; eppure Alice non si esaurisce in questi tratti ed in questo standard ma è molto altro e lo è in base alle diverse situazioni in cui si imbatte.

Alice non ha paura di inseguire un coniglio nella sua tana, al Bruco pone, curiosa, domande di continuo e lo interrompe, mostrandosi bambina irriverente ed invadente.

Pepe Porcellino da cullare tra le braccia provoca ad Alice irritazione e nervosismo, non certo quell’atteggiamento affettuoso che già da piccole ci si aspetta dalle bambine a causa del loro certo atavico istinto materno.

Alice raramente ha davvero paura ma sempre coraggio.

Alice sale sugli alberi, corre, grida e sa giocare a croquet.

Le domande di Alice sono impertinenti sempre ma persino se sono poste alla Regina di cuori, perché Alice non teme neanche il potere: le fa l’inchino e la chiama maestà ma poi non risparmia neanche a lei il suo cinismo tagliente.

Oggi, come allora, dunque un modello alternativo quello di Alice, protagonista di un racconto per l’infanzia, un ruolo diverso, quello dell’eroina femminista rivoluzionaria proprio perché via via sempre più consapevole, interessante da analizzare, perciò, anche alla luce delle possibili influenze sociali sulle sue giovani, e non più giovani, lettrici.


 

di Valentina Ghilardi,

tratto dalla propria tesi di laurea “Sogno/realtà, senso/nonsense: la fortuna di Alice nel tempo”,

(cattedra di Lingua, Cultura e istituzioni dei Paesi di Lingua Inglese),

Università degli Studi Roma Tre, dicembre 2010.


   

CAPPUCCETTO ROSSO NEL MONDO

di Rosa Tiziana Bruno


La narrazione appartiene all’universale e la fiaba è il luogo privilegiato dove la fantasia trova espressione, senza diventare illusione. Il racconto fiabesco consente di soddisfare un bisogno molto forte ovvero l’esigenza di fantasticare, di immaginare. Grazie alla fantasia, la fiaba racconta un mondo dove il desiderio riesce ad aprirsi un varco nel destino aspro. Per questo risulta affascinante ed attraente. Magia e realtà si intrecciano ed è questo intreccio che aiuta a decodificare gli eventi, a dare una rappresentazione e un significato alle cose e alle vicende.


Le fiabe hanno gambe lunghissime, perciò viaggiano veloci. Allora accade che molte facciano il giro del mondo, superando montagne e oceani.

Così, i racconti di un popolo arrivano fino all’altro capo del pianeta, senza sforzo. E, durante il viaggio, si adattano al modo di pensare dei luoghi che attraversano e si colorano di scenari differenti.

Anche Cappuccetto Rosso ha fatto il giro del mondo. Ovunque, al freddo dei ghiacciai o nell’afa del deserto, questa fiaba rappresenta la sintesi delle capacità prodigiose del coraggio e del desiderio.


Mangia che altrimenti arriva il lupo”…i bambini di tutto il mondo o quasi hanno sentito almeno una volta qualche adulto pronunciare una frase simile. E non c'è dubbio che il tanto temuto lupo (o orco, o vecchia, o tigre) è immediatamente riconducibile a certi personaggi del mondo delle fiabe. Un mondo così vicino a quello del bambino, da essere percepito come qualcosa di profondamente vero.


Tutti i paesi e le etnie del pianeta raccontano la storia di Cappuccetto Rosso, sebbene in modi curiosamente differenti. La storia è sempre quella, ma con differenze importanti tra le varie versioni…tutte da esplorare!

In Cina il lupo diventa una tigre, in Iran la piccola è accompagnata da un ragazzo. E queste differenze ci consentono di entrare nella vita quotidiana di un popolo o di un villaggio lontano. Sono differenze che raccontano mondi lontani e paesaggi sconosciuti. Sono differenze che non riguardano il contenuto, ma i suoi contorni. I contorni sono importanti, come le sfumature, spesso assai più di tutto il resto.


Ma come è nata Cappuccetto Rosso?

Andando indietro nel tempo, si scopre che la fiaba era narrata già nel XIV secolo in Francia. Ma forse bisognerebbe andare ancor più a ritroso, per conoscere le vere origini della storia.

In realtà non si sa di preciso dove né come sia nata, ma di sicuro è antichissima, di oltre duemila anni. Qualcuno afferma che è stata narrata le prime volte nell'antica Grecia.


In genere le fiabe hanno una loro origine reale, raccontano eventi realmente accaduti o per lo meno verosimili.

Ad esempio, tra il XV e il XIX secolo in Lombardia, Piemonte e Canton Ticino, ci furono 562 aggressioni a esseri umani e 379 vittime. Nonostante l’uomo non faccia parte delle prede del lupo, le alterazioni ambientali causarono questo tipo di eventi. L’incremento della popolazione umana in aree prima disabitate e la scomparsa di erbivori selvatici, spinsero il lupo (soprattutto le lupe con piccoli da nutrire) a cacciare gli animali domestici. A volte però capitava che si trovassero fra le zampe un bambino, che diventava facile preda.

Fra i tanti, divenne famoso un fatto di cronaca nera del Settecento: un'adolescente vestita di rosso fu trovata morta nelle campagne francesi.

Questi episodi, nonostante non fossero numerosi, colpirono profondamente la popolazione d’allora, la quale cercava di mettere in guardia i bambini attraverso fiabe appositamente inventate.

Ecco, Cappuccetto Rosso potrebbe essere nata così. Ma potrebbe essere nata ovunque, non necessariamente in Europa.


E le ragioni di questa fiaba non si esauriscono qui. Numerosi studiosi hanno tentato di comprenderle e scrutarle. Psicologi e pedagogisti affermano che la "giovane ragazzina nel bosco" è uno stereotipo che in molte tradizioni viene associato alla prostituzione. Nella Francia del XVII secolo, tra l'altro, la "mantellina rossa" era un segnale esplicito in questo senso. Inoltre il rosso rappresenta anche la maturità sessuale ovvero le mestruazioni e l'ingresso nella pubertà, che conduce la bambina nella "profonda e oscura foresta" della femminilità; il lupo rappresenta il predatore sessuale da cui guardarsi.

Infatti nel 1697 troviamo la versione dal titolo “Le Petit Chaperon Rouge”, di Charles Perrault. Lo scrittore francese fornisce una spiegazione esplicita della morale:


Da questa storia si impara che i bambini, e specialmente le giovanette carine, cortesi e di buona famiglia, fanno molto male a dare ascolto agli sconosciuti; e non è cosa strana se poi il Lupo ottiene la sua cena. Dico Lupo, perché non tutti i lupi sono della stessa sorta; ce n'è un tipo dall'apparenza encomiabile, che non è rumoroso, né odioso, né arrabbiato, ma mite, servizievole e gentile, che segue le giovani ragazze per strada e fino a casa loro. Guai! a chi non sa che questi lupi gentili sono, fra tali creature, le più pericolose!


"La finta nonna" è invece il titolo di una antica versione italiana della fiaba, in cui Cappuccetto Rosso riesce a sconfiggere il lupo basandosi esclusivamente sulla propria astuzia. La bambina adotta uno stratagemma, antico ed efficace, per la sua salvezza. Nessun provvidenziale cacciatore risolve la situazione: la bambina supera la terribile prova,confidando sulle sue sole forze. Questa versione è dunque un atto di fiducia verso i bambini e le loro inesauribili risorse di intelligenza, prontezza, coraggio. Possiamo trovarla sfogliando la raccolta delle fiabe italiane di Italo Calvino.

Eccone uno stralcio molto interessante:


Cappuccetto: -Nonna, non posso addormentarmi se prima non vado a fare un bisognino-

Nonna: -Và a farlo nella stalla, ti calo io per la botola e poi ti tiro su-


La nonnina legò Cappuccetto con la fune, e la calò nella stalla. La bambina appena fu giù si slegò, e alla fune legò una capra.


-Hai finito?- chiese la nonna.

-Aspetta un momentino- finì di legare la capra -ecco, ho finito, tirami su-


Nella successiva versione europea ottocentesca, Cappuccetto rosso cambia leggermente, ma non prevede ancora l’arrivo del cacciatore né il lieto fine. Tratta temi scabrosi come quello della violenza sessuale e del sopruso sui bambini, con il simbolismo tipico del genere della fiaba, ma senza mezzi termini.

Alcuni sostengono che questa versione sia più vicina all'originale, e che il personaggio del taglialegna sia stato aggiunto successivamente per suggerire l'idea maschilista che nonna e nipote non potessero salvarsi senza l'aiuto di un uomo.


Nel 1900 la politica editoriale pose veti agli autori, intervenendo sulle tematiche, suggerendone alcune e rifiutandone altre. Così, nel testo di Cappuccetto rosso comparì il cacciatore. Il lupo fu squartato e dalla sua pancia furono tirati fuori sani e salvi la bambina e la nonna. La vicenda era sempre concentrata sul lupo e sulla bambina, impersonificazione dell’ingenuità, ma con la presenza della buona fine si poteva intravedere anche una contrapposizione tra buoni e cattivi e compariva anche una funzione didattica. Tale atteggiamento perdurò fino a circa la metà del 1900, addirittura accresciuto nell’immediato dopoguerra, periodo in cui fu sentita ancor più forte la necessità di tenere lontano quanto ci fosse di brutale e malvagio.

Ma il dolore esiste, fa parte della vita. Se lo eliminiamo dalle fiabe…avremo perso gli strumenti per combatterlo. Non trovate anche voi?

   

SIMBOLOGIA E SIGNIFICATI PSICOLOGICI NELLA FAVOLA DI CAPPUCCETTO ROSSO. RIFLESSIONI DI GRANDI STUDIOSI.

 di   Emanuela Di Pietro

La maggior parte degli studiosi della favola si è concentrata sulla versione dei fratelli Grimm o, al massimo, su quella di Perrault.
Tuttavia la favola di Cappuccetto rosso vanta una tradizione di interpretazioni ben più consistente.

INTERPRETAZIONE MITOLOGICA

Secondo alcune tradizioni, Cappuccetto rosso rappresenta l’allegoria della ciclicità solare: la protagonista rappresenta il sole, il lupo che la divora, rappresenta la notte, mentre la liberazione dalla pancia del mostro rappresenta il sorgere del sole. Così la bambina che attraversa il bosco per esser divorata dal lupo e rinascere dalla sua pancia rappresenta simbolicamente l’alternarsi quotidiano del giorno e della notte.

INTERPRETAZIONE ALLEGORICA: I RITI DI PASSAGGIO E LA CRESCITA

Il principale esponente di questa corrente è Vladimir Propp. Questa chiave di lettura propone una visione di Cappuccetto rosso come allegoria di riti di passaggio adolescenziali. La partenza di Cappuccetto rosso dalla sua casa rappresenta un rito di separazione, la permanenza nel bosco è un periodo di passaggio, il momento in cui viene divorata dal lupo nella casa della nonna, simboleggia una prova ‘iniziazione e il suo salvataggio dalla pancia del lupo la rinascita e l’ammissione nella società degli adulti.

Secondo questa corrente di pensiero, il lupo raffigura chiaramente una potenza malvagia, il cui scopo è deviare la bambina dal suo percorso di crescita, facendo in modo che Cappuccetto rosso prolunghi il più possibile il soggiorno nell’infanzia, costringendola ad una condizione di perpetua staticità. In, seguito Cappuccetto rosso incontra il lupo che ha ormai divorato la nonna. Questo momento rappresenta l’emergere della consapevolezza: la bambina comprende che per crescere deve affrontare gli eventi negativi che le si presentano e superare i propri limiti.

Secondo un’altra interpretazione tutta la fiaba si basa sul concetto di maternità; ogni personaggio principale è permeato da esso: la nonna è stata madre, Cappuccetto deve diventare tale, il lupo svolge una funzione paradossalmente materna alla fine della storia,dal suo ventre riemergono la nonna e la ragazza pronte ad una nuova possibilità di crescita. Il lupo terminato il suo ruolo di “partoriente”, torna ad essere malvagio come per ricordarci che anche le sventure sono in realtà portatrici di comprensione e di crescita.

CAPPUCCETTO ROSSO E L’IGNOTO

Un’ultima chiave di lettura proposta da E.Brasey e J.P.Debailleul , invita i lettori più appassionati a riflettere su un tema un po’ ambiguo che desta sensazioni contrastanti : l’ignoto. Ciò che non conosciamo ci spaventa e nello stesso tempo ci incuriosisce, ci fa chiedere cosa fare… La favola di Cappuccetto Rosso suggerisce di non perdere la curiosità di conoscere e il desiderio di cogliere le occasioni nuove, insolite e inattese che incontriamo lungo il nostro cammino. Da una lettura attenta emerge il consiglio di guardare ciò che sta intorno a noi, lasciandosi tentare dalle esperienze che si presentano. La dolce protagonista del racconto insegna, però che è importante stare sempre attenti a non smarrire la strada. Bisogna guardarsi intorno senza mai dimenticare di ciò che si è. Il cacciatore salva Cappuccetto Rosso dalla pancia del lupo, allo stesso modo un cuore vigile e una consapevolezza piena ci salvano da quello sconosciuto selvaggio che potrebbe inghiottirci. E’ bene dunque ascoltare, aprirsi, crescere, sperimentarsi sempre, senza perdersi mai.