Favole a merenda - Favole a merenda un mondo di favole per i piu' piccoli, bambini,bambine,baby e anche per i genitori :)

 

 

STORYTELLING

*

IL RACCONTASTORIE


E’ molto interessante notare come una parola così moderna, così di moda, non a caso “importata”, come “Storytelling”, affondi le sue origini più profonde, invece, in una realtà antichissima, precedente persino a quella del teatro : è la cultura greca degli aedi, dal significato etimologico del termine “oidòs”, i cantori professionisti che narravano gesta epiche, diventando unico tramite tra il mondo della cultura e quello di un pubblico quasi analfabeta.

Rappresentato solitamente cieco, l’aedo non aveva bisogno di vedere le cose, tale era il suo rapporto con il mondo divino che lo ispirava, ben aldilà delle esperienze meramente sensibili che lo avrebbero poi solo distratto dal suo compito di rendere eterna la memoria di un popolo.

L’aedo, o il rapsodo, non aveva un testo scritto a cui far riferimento: la sua era una performance di racconto solo orale, supportata nella memorizzazione da un canovaccio fisso di formulari ripetuti, ma che lasciava comunque molto spazio alla sua creatività personale e alla sua capacità immaginativa, nonché ad una enorme capacità di modellamento, contaminazione e flessibilità del racconto.

Ciò ha portato talvolta a vere e proprie “storie dentro le storie” che l’esperto narratore finiva per creare con le sue naturali integrazioni ai racconti, con il suo modo di enfatizzarne alcuni aspetti, con il colore della sua voce, i suoi tempi e le sue pause.

Purtroppo, dato il carattere solo orale di queste produzioni, siamo integralmente a conoscenza di pochissime di queste.

La tradizione dell’aedo prosegue con il menestrello medioevale, l’artista di corte itinerante, importante strumento della vita sociale poiché incaricato dell’intrattenimento della vita di castello.

Egli narrava in qualità di musicista e cantastorie errante, raramente era un vero poeta che recitava i suoi stessi componimenti (ruolo creativo questo invece attribuito al trovatore), molto spesso a metà tra il semplice giullare ed il giocoliere.

Insomma, dall’Antica Grecia alla Francia provenzale, ai “cuntastorie”siciliani e a similari tradizioni persino nel mondo islamico, africano ed indiano, sembra che l’esigenza del racconto orale si sia diffusa in tutto il mondo: è l’ancestrale nostalgia melanconica dell’ascolto.

L’oralità, aldilà del suo valore meramente giuridico, è proprio quell’arte del narrare, non importa si tratti di favole, canzoni, imprese epiche o proverbi.

In società antiche nelle quali anzianità era ancora sinonimo di saggezza, ed ancora oggi in molte comunità primitive come in Africa, in cui la morte di un vecchio della tribù veniva paragonato ad un’intera biblioteca in fiamme, l’oralità serviva proprio a tramandare il passato da bocca ad orecchio, a tessere la memoria con il lavoro della voce, cioè con la parola, spaziando dai grandi avvenimenti dell’esistenza, quali nascita e morte, alle più significative emozioni, quali amore ed odio.

In questo modo dai tempi più antichi ad oggi, di generazione in generazione, dagli antichi aedi o rapsodi ai menestrelli, dai trovatori, ai cantastorie fino alle migliaia di madri che si sono anch’esse dilettate in mirabolanti racconti della buonanotte per i loro pargoletti, si sono tramandate storie eterne che hanno saputo insegnare, in chi le ascoltava, l’amore per la lettura, creando un potenziale esercito di buoni lettori e, di conseguenza, anche di abili affabulatori.

Oggi come allora caratteristiche importanti di ogni raccontastorie, tanto quanto il contenuto che si trova a narrare, sono gli stimoli visivi, tattili, uditivi da lui forniti, il ritmo e la velocità della sua lettura, il suo peculiare tono di voce, la sua pronuncia, il suo contatto oculare, la sua gestualità, ed in generale la sua prossemica.

D’altra parte, non sono aspetti da sottovalutare per un raccontastorie neppure la sua capacità di tenere desto e curioso il suo pubblico, di sapere ascoltare e leggere le sue risposte emotive e talvolta anticiparle, di stimolare in esso un reale desiderio di condividere e partecipare empaticamente al racconto.

Questo perché, chiaramente, la lettura fine a se stessa, senza coinvolgimento dell’uditorio, porta al fallimento dell’avventura stessa dello storytelling.

Lo storyteller non ha palcoscenico, luci o trucco particolare, non ha neppure altri attori con sé a fare da spalla: è egli stesso a diventare man mano tutti i personaggi che racconta e che dona al suo pubblico sorpreso.

A scuola come in famiglia, allora, lo storytelling dovrebbe diventare una piacevole quotidianità, un angolo dell’ascolto prezioso da proteggere gelosamente, che ha il suo valore aggiunto proprio nella ripetizione, come spesso accade quando ci si rapporta con i bambini.

D’altra parte questo vale anche per la nostra esperienza quotidiana: non passa un attimo dal nostro risveglio in cui non proferiamo ed udiamo parole, sebbene oggi, rispetto al passato, la nostra sia più una individuale ricezione fredda e passiva che un reale ascolto partecipato e collettivo.


Ciò che resta, invece, proprio oggi di quel tesoro prezioso dello storytelling è il racconto della fiaba che, non è un caso, deriva dal termine latino “fari”, dire: qui il richiamo è ancora fedelmente quello dell’aedo greco del IV secolo a.c. che ha un canovaccio ed un formulario più o meno fisso (a partire proprio dall’espressione magica iniziale “C’era una volta…”/”Once upon a time…) ma libertà assoluta di raccontare e riraccontare in modo sempre diverso la stessa storia, aiutandosi con timbrica e prossemica.

Il valore dell’ascolto della fiaba da parte dei bambini è indiscusso, dal punto di vista pedagogico, morale, oltre che creativo ed affettivo, nei termini di una condivisione empatica con l’adulto che narra.

Allo stesso modo, lo storytelling diventa uno strumento realmente proficuo anche nella didattica scolastica, aldilà del semplice uso ludico.

Ciò nel momento in cui lo storytelling sviluppa le abilità di ascolto ed apprendimento in modo globale, attraverso un uso contaminato di tutti i codici comunicativi.

Nello specifico dell’insegnamento/apprendimento della lingua straniera, lo storytelling svolge una duplice funzione perché espone gli allievi a stimoli linguistici globali ed avvicina i bambini alla lingua scritta, con l’abilità di lettura di testi.

E questo specialmente in una scuola che nasce ovviamente programmata per chi conosce già la lingua italiana e per chi si accinge a volerla perfezionare, certo non per innescare ab origine il suo iniziale processo di acquisizione con una nuova lingua straniera.

Lo storytelling, con l’ascolto guidato e le connesse relazioni dialogiche, rimuove l’ostacolo, riconoscendo l’importanza dell’accostarsi ai soli suoni all’inizio, e solo dopo connettendovi parole e significati.

Lo storytelling, allora, per tornare un po’ bambini, per riacquistare un po’ del loro prodigioso entusiasmo e della loro prolifica curiosità.


di Valentina Ghilardi

 

 

"L'aceto inacidisce, la camomilla rende amari...e lo zucchero di canna e le cose

dello stesso tipo rendono i bambini amabili e gentili. I grandi dovrebbero

saperlo: non starebbero più a lesinarci i dolci"”

(da "Alice nel Paese delle Meraviglie"L. Carroll)

 

 

Le lingue di STREGATTO


Ingredienti per 6 persone:


- 100 g farina “00”


- 100 g burro ammorbidito a temperatura ambiente


- 100 g zucchero a velo


- 4 albumi


- 1 bustina vanillina


Preparazione:


Riscaldate il forno a 200°. Preparate una teglia da forno: imburratela e infarinatela o, se preferite, imburratela e foderatela con la carta da forno.


In una terrina incorporate lo
zucchero al burro, lavorandolo con un mestolo in legno fino ad ottenere un composto spumoso.


Unite poi gradatamente la
farina setacciata e la vanillina.


Quando avrete ben amalgamato gli ingredienti, aggiungete un
albume alla volta.
Mettete l’impasto in una
tasca da pasticcere con bocchetta liscia e formate sulla placca delle striscioline sottili di circa 5-6 cm. Infornate nel forno caldo.


Sfornatele dopo
7-8 minuti e quando i bordi cominciano a colorirsi.
Staccatele con una spatola e fatele raffreddare bene su un piano prima di servire.

 

Nota bene: non preoccupatevi se tra i bambini questi biscotti scompaiono    molto in fretta...

 Troverete le altre ricette ispirate ad Alice nel Paese delle Meravigle in "A merenda con le favole"

 

 

LA PASTICCERIA ZITTI

 

 

E’ sorprendente quante parole inutili e spesso ipocrite abbiano gli adulti, chiusi nel loro guscio di sostanziale indifferenza… possibile che non ci sia alcuna soluzione?

L’ultimo libro della scrittrice Rosa Tiziana Bruno ci racconta la diversità, ma anche l’importanza del silenzio. L’importanza di fermarsi ad ascoltare gli altri, i suoni, le voci, la natura.
Ci racconta le straordinarie proprietà del
cibo come forma di comunicazione. Perché la comprensione profonda non sempre ha bisogno delle parole per esistere…
Una fiaba senza tempo, per tutte le età. Un racconto che può essere d’aiuto anche per i bambini
dislessici o per affrontare con serenità il tema dell’autismo… e per tutti coloro che cercano il modo giusto per comunicare emozioni, idee e sentimenti.

In una città dove la gente è sempre indaffarata e di corsa, c’è un luogo dove si trova riparo dal mal tempo e da qualsiasi tempesta dell’umore:
la pasticceria Zitti

Il signor Zitti, pasticciere d’eccezione, conosce un segreto che mescola, ogni volta, insieme agli altri ingredienti…”

 

Troverete altre informazioni dell''autrice nel sito www.rosatizianabruno.com

 

   
 
 

 

 

C’ERA UNA VOLTA UN PAESE INCANTATO…

 

Il valore della tradizione orale de “Lu cunto de li cunti” di Basile


-Festival Internazionale della Fiaba - Campodimele (Latina) maggio ‘11


Campodimele ha ospitato, per la terza edizione, il Festival Internazionale della

Fiaba, manifestazione pensata e dedicata a bambini, ragazzi ed adulti affascinati dal

mondo del racconto fantastico, ideata ed organizzata dallo psicologo Giuseppe Errico

che ha curato la parte scientifica e di ricerca e dall’artista Bruno Leone, curatore

della parte artistica.

Un doppio binario vincente - come ci spiega proprio il dottor Errico - il valore

aggiunto che rende questa manifestazione diversa da tante altre”.

Il borgo medioevale di Campodimele diventa set ideale per ospitare questo progetto:

uno scenario incantato che a fine maggio indossa l’abito della festa, quello

prestigioso della fiaba, trasformandosi in un paese davvero a misura di bambino, con

una serie di eventi, laboratori e seminari atti a valorizzare la cultura della fiaba, in

particolare di quella che si ascolta.

Chi ha raggiunto Campodimele durante il Festival - spiega Errico - ha potuto

incontrare persone molto speciali che hanno scoperto il valore terapeutico della

fiaba, hanno esorcizzato grazie ad essa il destino della loro vita ed insieme la

cattiveria umana”.


Quest’anno, non a caso, è stato scelto come tema portante del Festival 2011 proprio

Lu cunto de li cunti - overo Lo trattenemiento de peccerille”, meglio noto come il

“Pentamerone”, di Giovambattista Basile, opera seicentesca di tradizione orale

 nata per intrattenere la vita di corte, considerata espressione perfetta della cultura

e della saggezza popolare e fonte di ispirazione di grandi autori come Perrault ed i

fratelli Grimm.

Nella sua opera, Basile, nell’arco temporale di cinque differenti giornate, ci offre

cinquanta diversi racconti narrati da dieci personaggi molto caratteristici, in pura

lingua napoletana seicentesca; il parallelo con il “Decamerone” è palese ma, a

differenza di Boccaccio, quella di Basile non è una raccolta di novelle quanto una

vera raccolta di fiabe tratte da un collage di tradizione popolare orale, di esempi

letterari, di miti, di leggende, di proverbi dialettali. “Lu cunto de li cunti”,

antesignano, perciò, del moderno storytelling, ci fa riscoprire il gusto del racconto

orale e della musicalità della parola, elastica, flessibile, immediata, accattivante

proprio nella sua possibilità di essere manipolata ed aperta alle più diverse e

suggestive contaminazioni e, così, finisce per riproporre proprio i modi tipici della

narrazione attorno al fuoco, l’eco lontana del teatro di strada, coi suoi giocolieri e

burattini, e delle ancestrali storie tramandate dall’antico aedo greco piuttosto che

dal trovatore francese medioevale o dal cuntastorie siciliano: è il valore della fiaba

che proprio dal verbo fari, ovvero dire, non a caso deriva.

D’altra parte, è quanto facciamo allo stesso modo oggi, proprio come quattrocento

anni fa: continuiamo a raccontarci e a raccontare, tramandandole, storie fantastiche

“per vivere meglio, per immaginare un mondo migliore, per superare le prigionie del

tempo”.

D’altra parte, è quanto è accaduto, anche quest’anno, a fine maggio, a

Campodimele.




Lasciamo ora la parola ai protagonisti del Festival di Campodimele…



D: Leggendo il programma di Campodimele 2011, mi ha molto incuriosito

l’affermazione secondo cui “restituire l’oralità delle favole ai bambini e agli

adulti, può facilitarne i legami sociali”. In che senso?


GIUSEPPE ERRICO, direttore scientifico ed ideatore del Festival:

Riscoprire l’oralità della fiaba, oggi così in declino, narrare una fiaba piuttosto

che leggerla da soli, significa infatti riscoprire i legami tra le persone. Si può

utilizzare una fiaba per premiare, punire, spiegare: è quello che abbiamo cercato

di insegnare ai genitori.


D: Quale valore educativo ha oggi raccontare una fiaba?


CINZIA DEMI, scrittrice e poetessa:

Il valore della fiaba, oggi come ieri, è quello di aiutare il bimbo a crescere,

conducendolo dal mondo dell’infanzia a quello dell’adolescenza e del mondo

adulto, e supportandolo in determinate situazioni: il bambino si rivede nell’eroe

della fiaba che deve affrontare e superare prove ed ostacoli, anche attraverso

l’ausilio di aiutanti magici, per poter raggiungere il tanto sospirato “E vissero

felici e contenti”. Anche nella vita quotidiana il bambino sente che accade più o

meno così ed incontra simili situazioni, simili emozioni e simili personaggi.


D: Quale è l’attualità di un testo antico come “Lu Cunto de li cunti” oggi? Perché

una fiaba di Basile può ancora oggi fare presa su un bambino iperstimolato da

televisione, internet e playstation?


MILENA BERNARDI, ricercatrice presso la Facoltà di Scienze della Formazione

Primaria, Università di Bologna:

Pur essendo un’opera seicentesca, l’opera di Basile non è un’opera datata: come

tutti i classici, ha sempre nuove cose da dirci perché ci parla del presente perché

tratta i temi della vita reale che ci troviamo ad affrontare quotidianamente

, perché tutti veniamo al mondo, tutti invecchiamo, ci innamoriamo, tradiamo e

siamo traditi, tutti moriamo.


D: Esiste una differenza tra leggere una fiaba ed ascoltare una fiaba?


MILENA BERNARDI:

La differenza sta proprio nella relazione con la storia che, se viene ascoltata e

non letta autonomamente, non ha la mediazione del libro.

Bloom sosteneva che nella narrazione orale diventiamo, agli occhi ed alle orecchie

di chi ci ascolta, biblioteche viventi.

La narrazione orale è una modalità particolare di trasmissione del sapere, una

forma antica di comunicazione diretta, senza filtri, in cui vige il “narro io e poi

narri tu”.

Ecco l’importanza del ruolo dei cantastorie, oggi come allora, di queste

personalità uniche dotate di formazione e professionalità particolari, abili nel

superare le proprie resistenze, nonché quelle di chi ascolta.

 

 6  Giugno  2011                                                                       

Valentina Ghilardi

 

 

   

Pagina 1 di 3