Dal mondo delle fiabe

 

Dal concorso “UN AMORE DI MERENDA” in collaborazione con l'Associazione

Progetto e materia ecco i testi dei racconti vincitori della rassegna Fiaba 2011.

Favole a merenda vi augura una buona lettura.

 

racconto primo classificato

Renata Di Sano

Pizza a Merenda

 

A scuola dalle suore, l’odore di refettorio non andava mai via.

La minestra di patate che bolliva si annunciava dalla mattina, nei

vapori che ristagnavano nelle stanze, tra i banchi, dove noi bambini

copiavamo pagine e pagine di cerchi e losanghe, sognando il profumo

di pizza al pomodoro e basilico. Come quelle che Salvatore

sfornava ogni mattina, certe pizzette tonde e sugose, odorose e tiepide

che occhieggiavano dalla vetrina quando passavo da lì per andare

a scuola.

Io quel giorno avevo deciso: “oggi il brodo sciacquato non me lo

mangio, nemmeno un cucchiaio”.

Perciò scelsi l’ultimo posto, nella fila svogliata di affamati che già

alle undici s’incamminavano nel corridoio fino alla mensa. Il mio

piano era perfetto: rimanere indietro, sempre più indietro, sperando

di essere dimenticato in classe.

«Gennarì!»

Niente da fare, a suor Gelsomina non sfuggiva nulla, come a Dio.

Finsi di accodarmi ai compagni, ma, un attimo dopo, già strisciavo

appiattito alla parete per infilarmi col batticuore nell’androne della

segreteria. Raggiunsi lo stanzino delle scope senza respirare e mi

nascosi in un angolo ad aspettare un’idea, un’idea qualunque, un’idea

a forma di pizza. D’istinto mi tastai la tasca dei pantaloni: c’era, il

mio cartoccio stava ancora al suo posto.

Rimasi così, rannicchiato tra ramazze e stracci fetidi, finché mi

accorsi dell’uscio socchiuso che, dondolando sui cardini arrugginiti,

scricchiolava nel fiato di vento: fu, per me, un richiamo irresistibile.

Lo spinsi quel tanto che mi bastava a passarci. Forse sarei riuscito

da lì a ritornare nel cortile principale e ad arrivare di nuovo in classe

dopo la ricreazione.

Imboccai il cunicolo scuro come fosse un pericoloso gioco di

spie: s’affacciava su uno slargo quadrato, da cui partiva una scala a

chiocciola. Salii, salii e salii ancora, perché, a quel punto, avevo più

paura a ritornare sui miei passi che ad andare avanti su quei gradini.

Il mio coraggio era la voglia di pizza.

Respiravo un vento salato, arrampicandomi verso la luce dritta di

un mezzogiorno abbagliante, che m’illuminava dall’alto.

Mi prese l’affanno quando raggiunsi la terrazza sulle nuvole: così

in alto non ero stato mai, così vicino al cielo. La semplice aria, lassù,

m’inebriava.

Davanti a me, il mare. Solo mare, mare dappertutto, un mare

enorme, grandissimo.

Un mare calmo che abbracciava i vicoli e le case, che abbracciava

il vulcano, che leccava le ferite alla città, cullando le barche lontane

e, nei riflessi del sole, mi sorrideva. Sì, sorrideva proprio a me.

Allora ficcai le dita e tirai fuori l’involto che ancora mi palpitava

nella tasca. L’addentai, rivolto al mare. E, non so come mai, quella

pizza conquistata resta la più gustosa della mia vita, quella che ancora

mi sogno la notte, quando mi addormento pensando alla mia

città lontana.


racconto secondo classificato

Mirko Bertoncini

Il ladro di merende


Questa storia andava avanti ormai da troppo tempo. Sembrava

non dovesse risolversi mai. All’inizio i furti di merende avvenivano

solo sporadicamente, per cui nessuno gli aveva dato un gran peso.

Le varie vittime poi non sapevano se si trattava di un furto o solo

di una loro dimenticanza. “Forse la mamma non l’ha riposta nella

cartella ed è rimasta sul tavolo in cucina”, pensavano.

Negli ultimi tempi però le sparizioni nella Quarta C erano diventate

sempre più frequenti, quasi quotidiane. Inequivocabilmente si

trattava di furti. Dopo questa certezza l’aria all’interno della classe

divento pesante. Si respirava un clima di sospetto e i compagni, costretti

a digiunare all’intervallo per i continui furti, con conseguenti

mal di pancia e capogiri, cominciavano ad accusarsi gli uni con gli

altri. Naturalmente c’era anche chi sfruttava la nuova situazione. Il

furto delle merendine era diventato la tipica scusa per evitare compiti

in classe e interrogazioni.

Nella scuola durante l’intervallo ormai non si parlava d’altro. I

fatti erano tristemente noti in tutta la scuola. Il malandrino si appropriava

indebitamente, senza farsi ovviamente scorgere da nessuno,

di ogni prelibatezza portata a scuola dai compagni: bomboloni

ripieni, ciambelle alla crema, panzerotti fritti, crostatine alla marmellata,

tortine al cioccolato, focaccine al prosciutto, frittelle e tante

tante altre leccornie. Quasi tutti nella classe erano rimasti vittime di

quello che per tutti era ormai diventato il famigerato ladro di merende.

E nonostante le maggiori attenzioni, il ladro continuava a

colpire.

Qualcuno sosteneva che gli unici che se l’erano scampata dal ladro

di merende erano quelli che portavano a scuola merende non proprio

appetibili. Vere e proprie schifezze che nessuno si sognerebbe

mai di mangiare, figuriamoci di rubare.

Che fine facesse poi la merenda sottratta al legittimo proprietario,

era terreno di aperto dibattito. La logica induceva a credere fosse

barbaramente trangugiata in qualche angolo nascosto della scuola.

Probabilmente, di nascosto nei bagni. “Dei maschi o delle femmine?”

si chiedevano in molti, ma la domanda non aveva ancora

avuto risposta attendibile. Ragionamenti plausibili sostenevano però

che si trattava di un maschietto. Del resto, le monellerie e i piccoli

furti erano da sempre attribuiti ai maschietti.

Altri bisbigliavano di avere visto tracce delle merende negli angoli

più nascosti della scuola. Sottoscala abbandonati, laboratori in ristrutturazione

e altri anfratti non frequentati dagli scolari, furono ispezionati

accuratamente. E, in effetti, qualche briciola sospetta fu anche trovata.

Ormai chiunque, professori compresi, indagava a tutto campo

per smascherare il cosiddetto ladro di merende. “E se si fosse trattato

di qualcuno di un’altra classe?” S’indagava anche in questa direzione,

ma sino a quel momento, senza nessun risultato. Finché,

un giorno, le mamme della Quarta C, arrabbiatissime con chi si era

permesso di lasciare a digiuno i propri amati figli, si riunirono.

Ognuna proponeva la propria strategia su come acchiappare il ladro.

Solo dopo vari incontri si riuscì a definire una strategia condivisa da

tutti: si sarebbe attirato il mascalzone con una merendina esca appositamente

predisposta su un banco durante il cambio dell’ora.

Una merendina deliziosa che le mamme prepararono con cura, e

a cui, ne erano certe, il ladruncolo non avrebbe potuto resistere:

Una frittella di mele alla cannella. La cannella, con il suo aroma intenso,

avrebbe permesso di individuare poi il luogo dove il ladro

avrebbe consumato il proprio bottino. E così sorprenderlo sul fatto.

La frittella fu sapientemente preparata dalle mamme più brave e fu

depredata puntualmente al cambio dell’ora di religione.

Subito una squadra composta di scolari, professori e genitori travestiti

da bidelli dotati di buon olfatto, si mise a seguire la traccia di

cannella lasciata nei corridoi dalla frittella e facilmente giunsero sul

luogo incriminato. Il famigerato ladro di merende fu colto in flagrante

dietro il laboratorio di scienze. Le guance ancora impiastricciate

di zucchero in un’orribile smorfia e gli occhi spalancati di

fronte a quella piccola folla inferocita ma anche sbalordita, per chi

si trovava di fronte. Non si trattava di un maschietto, bensì di una

mite femminuccia: Chiara.

Sì proprio lei, Chiara, la prima della classe, si teneva ora le mani

sugli occhi azzurri i quali sgorgavano di lacrime che le scendevano

lungo le guance. Il cerchio era chiuso. Il ladro di merende era stato

smascherato. Chiara confessò singhiozzando di non potere proprio

a fare a meno di rubare le merendine. Ogni mattina quando i compagni

entravano in classe e riponevano le loro merendine sotto i

banchi, l’aria si riempiva di mille profumi deliziosi che provocavano

a Chiara un appetito furibondo e irresistibile. Sin dalle prime ore

del mattino si metteva così a elaborare il piano per impadronirsi

delle golose merende.

La punizione per quella che era ora diventata la ladra di merende,

fu presa all’unanimità. Chiara avrebbe dovuto rimborsare tutte le

vittime dei suoi furti preparando loro merendine altrettanto prelibate.

Le mamme fornirono le ricette delle merende trafugate e così

lei diventò in breve tempo un’abile esperta e non ebbe mai più la

brutta tentazione di privare qualcuno della propria preziosa merenda.



racconto terzo classificato

Maria Rosaria Fonso

Pane e pomodoro, esse e CUSCUS seffa


Trovata! Sorrido. Penso a quello che dirà quella collega che so io.

La solita fanatica!” No. Non lo dirà. Ma lo penserà.

La foto che ho in mano è malconcia, dimostra tutti i suoi quarantasei

anni; spero di essere invecchiata meglio di lei.

Eccomi lì bambina tra mio fratello e mia sorella di non tanto più

grandi, seduti ai piedi della rampa di cemento di fronte casa. Era il

terrapieno laterale del rilevato stradale che portava fino al ponte, lo

percorreva per poi ridiscendere ripidamente dall’altra parte, verso

una zona della mia città che allora per noi bambini, era già “altro”,

luogo estraneo, sconosciuto, sospetto.

La nostra abitazione era la quinta di una serie di umili case affiancate

l’una all’altra, come perle di una modesta collana. Tutte uguali

nella struttura, ma diverse nei colori e nelle colture che pretendevano

di ornare il giardinetto davanti, bordavano la sinistra bassa di quella

strada che se ne andava alzandosi sopra le nostre teste, e si interrompevano

bruscamente là dove l’incolto argine erboso del canale

si ergeva verde e perentorio, come un muro invalicabile. Ai piedi

della barriera selvatica un nastro di terra sterrato partiva dal nulla e

si svolgeva stendendosi davanti alla sequela dei cancelli d’ingresso

della fila di case, stretto tra queste e l’erta rampa, per andare poi a

immettersi nella strada principale. Quella viuzza e quella muraglia

inclinata, erano il luogo dell’incontro quotidiano tra i vicini. Per noi

bambini erano lo spazio del gioco e delle gare a chi si arrampicava

più su. Era il bosco dove a Natale trovavamo il muschio, che, forza

della natura, cresceva caparbio, morbido e verde, nelle fessure tra

una piastra di cemento e l’altra.

Mi infilo in auto con la mente ancora in quella foto. Mi avvio

verso la scuola. Ho un po’ di tempo, la prendo larga e passo di là.

Non ci sono più le rampe, il sottostrada è stato svuotato. Ora è parcheggio.

La collana di case, rimessa a nuovo, è ancora al suo posto.

Non attraverso il ponte, mi porterebbe fuori strada. Ora so bene

cosa c’è di là: un Centro Commerciale, una Piadineria, la piscina co-

munale, case di amici. E poi proseguendo si arriva al Po. No, decisamente

non è più zona sconosciuta.

In quella foto ci sono anche i fratelli Mogavero. Due maschi, più

o meno coetanei a noi. Capelli nerissimi. Il più giovane è seduto vicino

a me; l’altro è in piedi, dietro a tutti, in equilibrio precario sul

lastrone della rampa. Nella loro famiglia c’era anche una bambina

piccola. Non compare nella foto, così come non compare la mia sorella

minore, ma ricordo bene che quel giorno se ne stavano tutt’e

due in braccio alle rispettive madri, dietro alla macchina fotografica.

I Mogavero erano venuti ad abitare lì da poco. Dalla Sicilia in Polesine!

Il padre andava al lavoro in divisa: carabiniere o poliziotto,

non rammento. Ricordo però l’iniziale reciproca diffidente estraneità

che ci divideva. Tant’è che chiamandoli i Mogavero, era già sottinteso

che li ritenevamo una specie umana a parte: era come se avessimo

per vicini di casa una famiglia di Marziani . “E un po’ lo sono”

pensammo quando scoprimmo che a merenda mangiavano pane e

pomodoro o pane e olio! Per noi era assiomatico che lo spuntino

pomeridiano, così come la colazione del mattino, doveva contemplare

sempre e solamente cibi dolci: la esse inzuppata nel latte o nel

tè piuttosto che panino con la cioccolata o con burro e zucchero o

con la marmellata. E loro invece, nel loro giardinetto, si gustavano

fette di pane a volte rossastre, a volte olivastre con una soddisfatta

golosità che era pari al nostro allibito disgusto!

Mia madre, da sempre estroversa e ciarliera, ebbe l’idea: facciamogli

assaggiare quello che mangiamo noi! Disse. Era primavera

inoltrata. Si organizzò una merenda insieme, nello spazio sociale.

Per tavolino una cassetta con sopra la tovaglietta americana che mia

sorella grande aveva ricamato a punto croce dalle suore. La mamma

siciliana portò fette di pane sulle quali aveva strofinato i pomodori

freschi, e messo sale e olio; la madre polesana preparò la focaccia

dolce a forma di esse di cui noi suoi figli andavamo golosi. Vassoi,

bicchieri, tovagliolini. Assaggiammo, gustammo, mescolando dolce

e salato. Ci conoscemmo meglio, prendemmo confidenza: i nostri

mondi non erano più così lontani. Di ritorno dal lavoro mio padre

ci trovò lì a banchettare. Posò la bici e, presa la macchina fotografica

immortalò il momento, tra le risate di tutti.

Sono arrivata a scuola. Parcheggio. Metto la foto in tasca. Seduta

tra le colleghe, penso che quella fu la prima di tante merende insieme,

alle quali si unirono spesso anche gli altri bambini del vicinato.

Forse fu proprio da quel giorno che la famiglia siciliana

cominciò a diventare parte di noi, del nostro quartiere, della nostra

comunità, una perla tra le perle.

La Preside passa al terzo punto all’ordine del giorno: Proposte relative

alla mensa scolastica.

Alzo la mano. Prendo la parola: «Nella mia scuola ci sono tre

bambine che vengono dal Marocco. Propongo di inserire nel menu,

magari nel tempo della merenda, anche ricette tradizionali di questa

terra».

«Ma questo richiederebbe uno sforzo di conoscenza e di…»

«Appunto!» rispondo rivolta alla collega che mi ha interrotto.

Prendo la foto, la mostro: «Quarantasei anni fa…» e comincio a raccontare,

sperando che il messaggio arrivi a segno.


racconto segnalato dalla giuria

Luca Bollentini

La città dei conigli


Nella città dei conigli c’era grande fermento. Quella sera, infatti,

si sarebbe tenuto il grande concorso di cucina che ogni anno attirava

i migliori cuochi conigli di tutto il mondo.

Fino a quel momento a vincere tutte le edizioni era stato sempre

e solo uno: il grandissimo chef Aglio Coniglio.

Gli altri cuochi sapevano già in partenza che non c’erano speranze

di vittoria. Soltanto un coniglio non si rassegnava mai alla sconfitta:

era Quattro Palmenti.

Quattro Palmenti passava tutto l’anno a sperimentare nuove ricette:

le sue pietanze erano buonissime ma sempre leggermente

meno buonissime rispetto a quelle di Aglio Coniglio.

Chissà che cosa preparerà quest’anno Aglio Coniglio?” si domandava

cosa darei per saperlo!”

Il giorno della gara si trovò per caso a camminare vicino alla tana

dell’avversario che proprio in quel momento si affacciò per lasciare

una torta a raffreddare sul davanzale della finestra.

Quella torta era la torta più bella e più profumata che fosse mai

uscita da un forno. Quattro Palmenti rimase come inebetito a fissare

quell’opera d’arte.

Poi gli venne un’irrefrenabile voglia di assaggiarla. Si avvicinò e,

senza farsi vedere da nessuno, diede un morso piccolissimo.

Mmmmmmmm!

La torta era la cosa più dolce, più croccante e più caramellosa che

si potesse mangiare.

Molto ma molto più buona dello zabaione di bietole e mirtilli che

aveva preparato Quattro Palmenti.

Deluso, il coniglio partorì un pensiero malvagio. Arraffò infatti

la torta di Aglio Coniglio e corse a nasconderla nella sua tana.

Una volta al sicuro, Quattro Palmenti cominciò a ridere.

La gara si sarebbe infatti svolta poche ore dopo e Aglio Coniglio

non avrebbe fatto in tempo a preparare un nuovo piatto. Finalmente

avrebbe vinto lui il primo premio!

Più passava il tempo più però il coniglio si sentiva in colpa per il

suo comportamento.

Vincere in quel modo non gli piaceva per niente.

Per dimenticare i suoi sensi di colpa uscì allora a fare quattro passi

e fu subito distratto da un rumore proveniente da una casa degli

umani.

Sbirciando dalla finestra vide che alcuni bambini si spintonavano

a vicenda nel tentativo di accaparrarsi i pezzi più grossi di una torta.

In un angolo intanto un altro bambino stava mangiando un pezzo

di pane con qualcosa sopra.

«Perché non mangiate anche voi burro e acciughe come fa Marco

e non lasciate a me tutta la torta?» disse uno dei bambini con disprezzo.

A quel punto il ragazzo che se ne stava in disparte alzò la testa,

per poi tornare subito al suo panino con rinnovato interesse. Probabilmente

stava proprio mangiando burro e acciughe.

«Burro e acciughe! Che strano assortimento!» commentò nauseato

Quattro Palmenti.

Eppure Marco mangiava quella strana merenda con una tale soddisfazione!

A un certo punto gli altri ragazzi lo chiamarono per andare

a giocare a pallone e Marco lasciò il suo panino per unirsi agli

altri.

Quattro Palmenti, curioso com’era, non ci pensò due volte. Entrò

nella stanza e assaggiò il panino chiudendo gli occhi. Si aspettava

un sapore disgustoso.

Con sua grande sorpresa, invece, il panino era delizioso. Quattro

Palmenti non aveva mai assaggiato una cosa tanto dolce e tanto salata

allo stesso tempo.

Il coniglio sorrise: aveva trovato l’idea giusta per partecipare al

concorso di cucina!

Scappò via di corsa e, dopo aver riportato di nascosto la torta a

casa di Coniglio Aglio, rientrò a casa. Strofinò una fetta di pane con

del burro sciolto e dispose le acciughe a spirale, creando un bellissimo

effetto scenografico. La giuria sarebbe rimasta di stucco.

Quella sera Quattro Palmenti si recò al concorso con tranquillità.

Non era più ossessionato dall’idea di vincere; uno sciocco concorso

lo aveva trasformato quasi in un criminale.

Quando fu il suo turno di presentare il piatto, i giurati e il pubblico

cominciarono a ridere a crepapelle: «Burro? Acciughe? Che

assurdità! Questi ingredienti non possono star bene insieme!»

Il giudice supremo, però, invitò tutti alla calma e ricordò che il

voto andava dato soltanto dopo l’assaggio.

Una volta che i concorrenti ebbero completato la presentazione

dei piatti, i giudici erano pronti a nominare il vincitore.

«Ancora una volta siamo lieti di conferire il primo premio a Coniglio

Aglio!» annunciarono infine tra gli applausi della folla. La cerimonia

però non era finita.

«E quest’anno, data l’eccezionalità dell’evento, abbiamo deciso di

nominare a pari merito un altro vincitore» continuò il giudice supremo.

La sala ammutolì per lo stupore. C’era sempre stato un solo vincitore!

«Il piatto in questione è molto insolito, ma la combinazione dei

due sapori è talmente gustosa che non ce la siamo sentita di lasciarlo

al secondo posto».

Quattro Palmenti stava sudando per l’agitazione.

«Perciò siamo altrettanto felici di nominare come vincitore del

concorso anche Quattro Palmenti con il suo stranissimo pane, burro

e acciughe!»

Quattro Palmenti quasi svenne dall’emozione. Finalmente era riuscito

a vincere quel premio proprio quando non se lo aspettava più!

Addirittura Coniglio Aglio venne a fargli i complimenti mentre sgranocchiava

un panino con il suo condimento.

Quando finì la premiazione Quattro Palmenti decise di passare

davanti a quella casa dove aveva scoperto la merenda di Marco.

E sul davanzale della finestra lasciò un grossissimo sacco pieno

di panini a base di burro e acciughe.


Racconto segnalato dalla Giuria

Tiziana Compagnoni

Il soldatino Panpepato


Il profumo inebriante di pane appena sfornato andava diffondendosi

nella minuscola cucina, dove alcune donne fasciate nei loro

grembiuli si affaccendavano nei lavori casalinghi. A ritmo incalzante

impastavano, infornavano e sfornavano delle meravigliose opere

d’arte: pani a forma di animali, pupazzi e giocattoli, cui prima aveva

dato forma nonno Giuseppe, veterano nella preparazione del pane.

Un mattino d’autunno egli rese così felici i nipoti e i bambini del vicinato.

Varie formine di animali, un soldatino e una bambolina ottenuti

con la pasta di pane aderita alla madia, giacevano sul canovaccio di

lino in attesa di essere prescelti. Sul viso furbetto di Rita, che a malapena

riusciva a raggiungere l’altezza del tavolo di legno, comparve

un sorriso. Si alzò sulla punta dei piedi per ammirare la sua bambolina

di pane e con l’indice della mano le sfiorò il viso.

Nonno Giuseppe aveva modellato le braccia disponendole a

croce e con un ditale aveva inciso piccoli fiorellini sul grembiule rendendolo

assai grazioso. «Corri a prendere le bacche di ginepro» le

chiese il nonno completando gli ultimi ritocchi. «Corro nonno» rispose

Rita entusiasta. Sapeva a cosa servivano le bacche di ginepro!

Tornò con i chicchi serrati nel pugno. «Due bacche per gli occhi

e tre bacche come bottoni» disse tendendo la mano.

«Cinque grani di collana dal profumo deciso» sussurrò il nonno

all’orecchio della nipote e intonò una dolce melodia. «Puah!» sentenziò

Remo spostando lo sguardo sul suo soldatino: «Roba da femmine

» aggiunse serio. «Perché non fai conoscere il tuo soldatino a

questa bella bambolina?» chiese il nonno a Remo, mostrandogli il

suo capolavoro.

«Il mio soldato deve stare sull’attenti! Sta passando il generale!»

sentenziò Remo e lo mostrò con decisione alzandolo in alto. Il pupazzetto

impersonava alla perfezione un soldato in procinto di partire

per il fronte. Al posto delle bacche di ginepro, Remo aveva usato

due bullette di ferro che aveva incastonato nella suola dello scar-

pone. Con quegli occhi luccicanti il soldato sembrava in procinto di

sferrare l’attacco.

«Ben fatto» disse Arturo, il più piccolo della combriccola. «Adesso

però ho fame! È proprio l’ora della merenda! Quel maialino mi fa

venire l’acquolina in bocca» e si strofinò le mani. Arturo era più affamato

che affascinato dalle formine di pane! Infatti, appena nonno

Giuseppe voltò lo sguardo, con astuzia, rubò dalla tavola il maialino

troppo panciuto. Lo nascose nella tasca dei pantaloni e sparì nel cortile

come un topolino inseguito dal gatto.

Anselmo, che aveva assistito alla scena, gridò al ladro agitando le

braccia in aria. A causa del trambusto o per sventura il coniglio di

pane che teneva fra le dita cadde sul pavimento. Un orecchio schizzò

via, finendo chissà dove. «Ah! Se ti acchiappo» esclamò Anselmo,

scattando all’inseguimento. «No, che non mi acchiappi!»

«Sì che ti acchiappo!»

«Invece no!»

«Invece sì!»

Rita e Remo li seguirono, dopo aver posato le formine, una accanto

all’altra sul palchetto di scaffale. Mentre Anselmo e Arturo

giocavano a guardia e ladri, il nonno levò il grembiule, uscì nel cortile

e per l’ennesima volta dovette separare i due marmocchi che se

le davano di santa ragione. La bambolina e il soldato rimasero soli.

«Soldato sei pronto per la battaglia?» chiese la bambolina.

«Sono pronto a difendere la patria» rispose il soldato.

«Soffrirò se te ne andrai, rimarrò sola con un coniglio orribilmente

mutilato, un maialino tutto sgranocchiato, un gallo con al seguito

una... due... tre, gallinelle!» disse piagnucolando la bambolina

gettando un furtivo sguardo alle formine di pane rimaste sulla tavola.

Si levò allora un brusio concitato.

«Dimmi un buon motivo per cui io debba rimanere» disse il soldato.

«Tutti insieme raccoglieremo le spighe di grano, le macineremo e

ci sarà tanta farina, così tanta che nonno Giuseppe modellerà la

forma di pane più grande della terra. E riempirà la pancia di tutti

quanti! E tutti saranno sazi. E i cattivi si trasformeranno in buoni e

i buoni lo saranno ancora di più. Saranno tutti buoni come il pane!»

disse la bambolina con aria sognante.

Il soldatino indietreggiò, poi avanzò come per stanare il nemico.

Poi indietreggiò di nuovo e lemme lemme si riavvicinò alla bambolina.

Le schioccò un bacio sulla guancia.

Fu così che la bambolina e il soldato raccolsero le spighe di grano

e nonno Giuseppe si rimboccò le maniche. Almeno finché a Rita e

Remo non venne una fame da lupi, molto più grande di quella di

Arturo. E, delle formine, rimasero solo alcune bricioline sul selciato

che il vento trasportò lontano.

Leggiadre e leggere s’intrecciarono e fluttuarono nell’aria, sorvolarono

mari e monti, paesi e città sussurrando dolcemente ai bambini

del mondo intero la fiaba del soldatino pan pepato mai più

partito per il fronte.


racconto segnalato dalla giuria

Giuseppina Dimitrio

Il bicchierino


Nella fioca luce del solaio mi faccio spazio tra le ombre di mille

oggetti del passato: libri, un vecchio orologio, una sedia a dondolo,

un buffo peluche. Vado alla ricerca della rotellina che la mamma

usava per preparare i dolci di Natale con i bordi a zig zag.

Il tempo passa ma la rotellina non vuole proprio farsi trovare,

sbuffo, sbatto nervosamente l’anta di un armadietto che rimbalza e

si riapre dispettosa ... qualcosa rotola giù e si ferma ai miei piedi.

D’improvviso mi vedo bambina, un ricordo, un profumo, persone

care, quattro anni, pomeriggi del sabato, una merenda tutta speciale:

è il mio bicchierino!

Quel bicchierino di alluminio con il manico, impolverato e un po’

ammaccato, d’un tratto splende lucido e intatto nel mio ricordo.

«Quando è sabato mamma?»

La mamma sorridendo mi mostrava il giorno sul calendario ed io

non capivo ma sapevo che il sabato prima o poi arrivava e aveva il

sapore di un rito che cominciava con l’arrivo della vicina di casa, la

signora Maria.

Due trilli del campanello, convenevoli della mamma, un po’ di

chiacchiere, un pizzicotto sulla guancia per me e poi....il rituale poteva

cominciare! Correvo in cucina a prendere nel ripiano basso il

mio amato bicchierino, la mamma mi faceva indossare il grembiulino

con i cuoricini e finalmente la signora Maria mi prendeva per

mano e mi portava nella sua cucina.

«Maria, posso mettere su i confettini colorati come l’altra volta?»

chiedevo saltellando allegramente.

«Ma certo, Pinuccia» rispondeva lei dolcemente.

I miei occhi si riempivano di quella semplice gioia, che solo i

bimbi sanno provare, quando intravedevo sul tavolo della cucina

l’impasto della torta che riposava in una coppa di vetro e mi inebriavo

del buonissimo profumo di vaniglia che emanava.

Salivo su una sedia, porgevo il bicchierino a Maria e lei prontamente

lo riempiva per metà con l’odoroso e cremoso preparato e

lo adagiava nel forno già caldo. Io lo sorvegliavo con grande attenzione

e, come su un televisore, seguivo il mio programma preferito,

le mani chiuse a pugno affondate nelle guance paffute che già diventavano

rosse per il calore: che spettacolo! Che delizia! Ero la

bambina più felice del mondo! La mia tortina cresceva piano piano,

come per magia, fino a traboccare oltre il bordo del bicchierino e il

profumo navigava denso per tutta la stanza, il pan di Spagna si colorava

in maniera via via più intensa fino a diventare sabbia, oro,

terra...

Mi sentivo come la protagonista del mio Carosello preferito, quello

del Lievito Bertolini, e felice canticchiavo così: «Brava, brava, Mariarosa

ogni cosa sai far tu, qui la vita è sempre rosa solo quando ci sei

tu...»

La mia vicina, al punto giusto di cottura, tirava fuori lentamente,

con un guanto da forno, la mia favolosa merenda che, con qualche

energico colpetto, sformava dal bicchierino ancora fumante e posava

in un piatto per il mio tocco finale, un tocco da vera artista quale

davvero mi sentivo!

Avete idea di quanto impegno e quanta abilità bisogna mettere in

campo per una tale delicata operazione?

Primo: dosare l’inclinazione della boccetta con i minuscoli confettini

colorati.

Secondo: regolare la quantità di caduta con leggeri movimenti del

polso.

Terzo: distribuire uniformemente sul bersaglio.

Quarto: evitare di far cadere i golosi ornamenti sulla tavola o per terra.

Alla fine ero stremata per tanta fatica ma nello stesso tempo soddisfatta

e felice per la mia opera d’arte che ora, grondante di perline

colorate, stava lì a farsi guardare, inerme, quasi presagendo il vicino

epilogo goloso.

«Sei proprio una brava pasticcera, adesso farai vedere alla mamma

il tuo capolavoro e poi, è proprio ora di fare merenda» diceva Maria.

«Chissà il mio orsetto Chicco come sarà contento di mangiare

con me questo squisito dolcetto» le rispondevo compiaciuta.

Un rumore mi fa trasalire, i miei ricordi improvvisamente svaniscono

così come erano apparsi.

Dalla porta del solaio compare il mio piccolo Emanuele.

«Mamma, cosa fai qui? Ti sto cercando da tanto... di chi è quel

bicchierino, che non l’ho mai visto?»

«Vieni, amore, ti racconto... è ora di fare merenda!»


 

 

Il sogno, il magico,il fantastico

 

 

Prendere in mano carta e penna per scrivere una fiaba ai propri nipotini o ai propri figli è davvero un momento magico. Che si attinga alla fantasia o che si raccontino storie tramandate, il pensiero, il gesto e la lenta realizzazione del racconto hanno un valore inestimabile. Con l'intento di raccogliere storie fantasiose sul tema dell'incontro tra i nonni e i bambini, si è svolto nel 2009 il concorso di fiabe “Il sogno, il magico,il fantastico. I nonni accompagnano i nipoti nel mondo delle fiabe”, organizzato da OIC onlus, ecco il link

http://community.oiconlus.it/concorsofiabe/ . Il libro edito da Cleup ci è stato inviato da un visitatore del nostro sito. Abbiamo scelto due fiabe che vi pubblichiamo di seguito e buona lettura.

 

 

 

Il re distratto


C’era una volta un re distratto. Di giorno si vestiva da sera e la sera da mattina. Tutte quisquilie per voi e per me, ma non per un re che ha un certo decoro da mantenere e delle regole da rispettare. A volte appoggiava la corona dove gli capitava - perché le corone sono fatte di oro massiccio, e a portarle in testa tutto il giorno ci si stufa parecchio - e poi non sapeva più dove l’aveva messa. Tutta la corte allora doveva mobilitarsi alla ricerca della corona, che veniva puntualmente ritrovata nei posti più strani: nella doccia, dentro il frigorifero… A volte le distrazioni del re erano innocue - come i calzini spaiati - ma certe altre si sfiorava l’incidente diplomatico. Come quella volta che il re si dimenticò di avere un impegno ufficiale e se ne andò tranquillamente a pescare. O come quell’altra volta che pestò lo strascico della regina Ruspona e la mandò a gambe all’aria - e la vista dei mutandoni della regina non fu propriamente uno spettacolo regale… Questi incidenti preoccupavano non poco la corte, che un bel giorno decise che era arrivato il momento di risolvere il problema del re. A questo scopo venne diffuso un bando per riunire i più grandi maghi del pianeta: chi fosse riuscito a risolvere il difetto del re avrebbe ricevuto in cambio una favolosa ricompensa. Dopo una settimana esatta dall’emissione del bando la corte era già invasa da uno stuolo di maghi. I consiglieri del re, tramite attente selezioni, ne scelsero alla fine solo tre. Il giorno dopo il re incontrò di persona il primo mago, che gli disse:- Vostra Grazia, ho un rimedio antichissimo della mia regione, che tramandiamo nel mio paese da generazioni. Lei non deve fare altro che fare un nodo al Suo regale fazzoletto ogni volta che dovrà ricordarsi di un impegno: quando vedrà il nodo, si ricorderà dell’impegno. Il re, non molto convinto, accettò:- E sia il fazzoletto. Dopo cinque minuti, però, il fazzoletto l’aveva già perso, e così il re si mise a fare nodi dappertutto: alle tende, alle tovaglie, persino alla barba dei poveri consiglieri… Dopo qualche ora la corte era tutto un groviglio! Ai consiglieri del re non restò altro che decretare fallito l’esperimento e chiamare il secondo mago. Il secondo mago si presentò dal re e disse:- Sua Maestà, il Suo è sicuramente un problema di alimentazione. Le propongo di seguire per un certo periodo la dieta del baccalà, un alimento ricco di fosforo che l’aiuterà sicuramente ad essere meno distratto. Questa volta il re, che era un goloso di baccalà, era già più contento e rispose al mago:- E sia il baccalà! La dieta era molto rigorosa: alla mattina pane, burro e baccalà, a mezzogiorno baccalà e alla sera pure. Dopo i primi entusiasmi, la monotonia di questa dieta cominciò a stancare il re, che non solo continuava a dimenticare le cose come prima, ma in più aveva un alito talmente fetente che i consiglieri non riuscivano a stare due minuti con lui senza correre ad aprire una finestra. Così la corte decretò fallito anche questo tentativo e interpellò l’ultimo mago. Il terzo mago si presentò davanti al re con un imbuto in mano:- Vostra Regale Altezza, ho un metodo infallibile, sperimentato con successo in molti casi simili al vostro. Con questo imbuto riempirò le Sue regali orecchie di sale. Vedrà che con un po’ più di sale in testa sarà sicuramente meno distratto. Il re, un po’ perplesso ma ancora speranzoso, si sottopose alla cura. Purtroppo per il re, però, questa cura non era adatta alla sua salute, perché il re soffriva da tempo di pressione alta- e si sa che il sale e la pressione non vanno d’accordo. E così la cura fu interrotta senza avere nemmeno il tempo di capire se fosse efficace o meno. Il re, afflitto e sconsolato, se ne andò fuori dal castello per fare una passeggiata solitaria e rimuginare sui suoi guai. Cammina cammina si inoltrò nel Regno vicino al suo, con cui era in guerra da quando era nato. Il re era talmente immerso nei suoi pensieri che si scordò di essere in guerra con quel paese, e quando incontrò il re suo nemico gli augurò distrattamente il buongiorno. Figurarsi la sorpresa di questo re che non solo si trovava di fronte il suo avversario più temibile, ma lo salutava pure come se niente fosse! Colpito da questo fatto straordinario, il re nemico lo interpretò come un tentativo di riconciliazione e lo accolse benevolmente. Allora i due regni si riappacificarono con grandi feste: forse la distrazione del re aveva contagiato il suo popolo o forse era passato talmente tanto tempo dall’inizio della guerra che nessuno si ricordava più il motivo di tanto odio. Fu così che anche il popolo del re distratto si scoprì un po’ distratto. E ne fu contento.


Fedora Peruzzo Chemello


Ci sono nuvole e nuvole


Era passata poco più di un’ora dal pranzo, e Mati, scivolando come un gatto e con un eccellente coordinamento da ginnasta - incredibile, dicevano i suoi, per soli 4 anni - perlustrava la casa.

Di sopra la mamma procedeva col solito tichetè-tachetè al computer. Chissà che divertimento provava, tante ore curva su una tastiera che non faceva mai musica, solo tichetè-tachetè. Il papà era al lavoro, non rientrava mai a pranzo.


La sorellina Zara dormiva beata nel lettino: stava -come al solito- con le ginocchia verso la pancia, il sederino in alto, il tronco allungato e le braccia in avanti. La mamma diceva sorridendo “Ma che razza di bambine abbiamo fatto, una sembra una stella marina, l’altra una piccola musulmana”. - In effetti, Mati dormiva sempre con i quattro arti distesi al massimo, tutta spalancata sulla pancia o sulla schiena. Per lei era davvero un mistero come Zara potesse respirare così rannicchiata.


Mati cercò la nonna, che si trovava in giardino su una sdraio con in testa un vecchio cappello di paglia, persino bucato qua e là, ma che a lei stava bene. La nonna leggeva, come sempre. Santa patata, quanto leggeva questa nonna! - Ma Mati l’amava moltissimo, anche se usava strane espressioni. Certe cose, diceva la nonna che era straniera, di lingua madre inglese, non si possono concepire in italiano: ed una di queste era quality time.


Quality time voleva dire che la nonna smetteva di leggere o scaricare la lavastoviglie, o qualsiasi altra attività, e stava interamente con lei sola, con Mati. In quality time si poteva andare lungo l’argine, l’una sul triciclo e l’altra camminando allegramente, annusare fiori e cespugli, stare sdraiate sull’erba e inventare animali e fantasmi sulle nuvole. Se il tempo era cattivo, si poteva stare sotto braccio alla nonna e “leggere”: Mati adorava seguire la nonna su un libro chiamato Mother Goose (Mamma Oca): più che storielle erano brevi filastrocche in rima, che quasi sembravano canzoncine


Hickory dickory dock

The mouse ran up the clock

The clock struck one

The mouse fell down

Hickory dickory dock


La copertina faceva vedere un enorme orologio a pendolo (la nonna a fatica aveva spiegato a Mati le ore e le lancette) e un topolino stecchito a terra. Questa filastrocca faceva ridere Mati, perché ogni tanto in garage la mamma scopriva un topolino di campagna e si metteva a gridare a squarciagola : Amooore, vieni qui! Ammazzalo, è orrendo. Amooore, aiutami!, mentre Mati che aveva incontrato topolini in giardino o nei campi li trovava semplicemente adorabili.


Ma la cosa più bella del quality time era che Mati poteva chiedere tutto, ma proprio tutto, alla nonna straniera e lei non diceva mai: Ma che domande! o Sei ancora troppo piccola per chiedere certe cose! - Questa nonna cercava sempre una risposta adeguata alla sua grande curiosità e alla sua poca età. - Così Mati un giorno si avvicinò alla nonna, che un po’ leggeva e un po’ pisolava, e chiese se questo era il momento buono per un po’ di quality time. Ma certo, sorrise la nonna.


Cos’è l’adossione? - Adozione, tesoro. Perché me lo chiedi? - Perché ogni tanto lo sento dire in cucina, mentre la mamma prepara la pasta e papà la bacia sul collo, oppure nella loro camera da letto quando pensano che io e Zara si sia addormentate. E allora, è una cosa brutta o bella? E perché ne parlano sempre sottovoce?

La nonna allora le spiegò che in molti parti del mondo ci sono tanti bambini senza genitori, a causa delle guerre o delle malattie. - (Mati ricordava quanto spesso si vedevano in tv bambini africani con le pance gonfie e le mosche sugli occhi, e come papà cambiasse bruscamente canale, dicendo “Non sono cose per te, tesoro”) - Ma per fortuna ci sono anche tante coppie di sposi che hanno una bella casa e tanto, tanto amore tra loro, che sembra uscire come una nuvola dalle finestre e da sotto la porta. E vogliono veramente un bambino da amare e da crescere…

La faccenda dell’amore in forma di nuvole piaceva molto a Mati, così rimase un po’ concentrata, poi sospirò come se avesse compiuto un’operazione di aritmetica, e domandò: Ma allora, nonna, ci sarebbero qui le case per quei poveri bambini senza papà e senza mamma? Perché non li mettono in quelle con tutto l’amore che esce dalle finestre e da sotto le porte?

  • Sì, tesoro, si fa anche se non ce ne sono mai abbastanza. Ma si trova sempre brava gente che aiuta le coppie che desiderano essere genitori ad accogliere i bambini che hanno tanto bisogno di una vera famiglia. E proprio questo si chiama “adozione”.


Mati, soddisfatta per la risposta, si buttò sul petto della nonna, tirò su le gambe e cominciò a sognare… se la mamma e il papà parlavano così sottovoce significava che ci voleva tempo, non era il caso di dirlo ne’ a lei ne’ tanto meno alla piccola Zara. Ma come avrebbero fatto? Lei e Zara avevano già assieme la camera blu, forse lo studio verde di papà andrebbe al nuovo bambino? O lui per i primi tempi sarebbe stato - come era capitato a loro stesse quando erano piccole, piccole - nell’attico grande con mamma e papà? - Quanti pensieri!


Intanto la nonna le strofinava la schiena ritmicamente, proprio lungo la colonna dove le piaceva di più. Nonna? - Sì, tesoro - Posso dire a papà che adesso so che cos’è l’adozione? - Perché no? Anche lui è stato accolto in una casa da dove le nuvole di amore uscivano da tutte le parti.


Suzanna Cole Luxardo