Favola africana

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La lepre e l'elefante

Il leprotto viveva in una piccola capanna con la sua leprotta. Un giorno le disse: "Vedrai che presto saremo ricchi".
L'indomani, di buon mattino, andò a trovare l'elefante.
"Salute, sua maestà onorata!". E l'elefante, con degnazione: "Salute a te". Poi gli offrì una zucchetta di birra, invitandolo ad avvicinarsi, ma il leprotto si schermì: "Come dice il proverbio,
chi decide di nuotare non sta lì a tentennare, perciò ti esporrò subito il mio problema. Vedi, domani devo andare a casa dei miei futuri suoceri per ratificare il matrimonio, ma non ho i doni da presentare. Tu sei l'unico che può aiutarmi. Se potessi prestarmi un arco di ferro, una lancia ben tornita e una bella stoffa morbida, ti sarei molto grato. Naturalmente, ti restituirò tutto dopodomani".
L'elefante decise di accontentarlo, e gli diede gli oggetti richiesti. Dopo un mese, la lepre non si era ancora fatta viva.
L'elefante allora andò a casa sua. Sentendolo da lontano, il leprotto disse alla leprotta: "Ascoltami bene: io mi metto nella culla, come fossi il tuo ultimo nato. Quando l'elefante ti chiederà di me gli dirai che sono andato a far spese". La leprotta ubbidì, e quando l'elefante le chiese dove fossero i suoi oggetti, finse di non saperlo.
Allora l'elefante disse: "Mi porto via il leprottino, così lepre dovrà venire a riprenderselo. Però, per riaverlo, dovrà restituirmi tutto quello che gli ho prestato. I patti sono patti!" e se ne andò con sussiego. Arrivato poi vicino al fiume, l'elefante si chinò per bere e il leprotto ne approfittò per tuffarsi sott'acqua. L'elefante, non sentendolo più sotto l'ascella, cominciò a cercarlo con affanno qua e là, ma invano. Allora, stanco e avvilito, se ne andò a mani vuote.
Intanto il leprotto, da buon nuotatore, si allontanò sott'acqua e fece ritorno a casa. Qui giunto, mise in un fagotto tutti i doni dell'elefante e corse a trovarlo. Fingendosi trafelato, gli disse: "Mia moglie mi ha detto tutto... Ecco qui le tue cose. Ridammi, ti prego, il mio piccolino!".
L'elefante restò annichilito e, più impacciato che mai, disse alla lepre: "Vedi, zietto, il tuo bimbo... ecco... purtroppo... l'ho smarrito!". E poiché il leprotto si era gettato a terra, fingendosi disperato, l'elefante cominciò a offrirgli dei compensi. "Su, non disperarti... per fare pace, ti darò sei zappe!".
"No, no... Io non ci sento!"
"Ti aggiungo questi oggetti di rame..."
"Non ci sento!"
"E questa stupenda zanna..."
"Non ci sento!"
"E queste quattro pezze di tessuto..."
"Oh... mi pare di cominciare a sentirci..."
E fatto un bel mucchio di tutti i doni, il leprotto se ne tornò a casa sua. Qui giunto, chiamò la leprotta e tutto allegro le disse: "Che ti dicevo? Guarda che malloppo. Siamo ricchi, signora mia!". E si misero a danzare per la gioia.
È proprio vero che
la furbizia non si misura a peso!

(Tratto da: Umberto Davoli, Il cuscino di fumo e altre favole della Zambia, Emi 1995)

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