Letto per voi

WAVE

(L’ONDA) 

Di

Margherita D’Alessandro


 

Era l’estate del 2008 nella Libreria Il Libraccio ai Navigli a Milano quando sfogliai per la prima volta questo albo di Susy Lee (Corraini Editore). Lei stessa strizza l’occhio al lettore adulto quando all’interno delle pagine utilizza le uniche poche parole per spiegare che la storia, che si sviluppa in un silent book alternato tra il bianco e l’azzurro, gliel’ha ispirata proprio sua figlia che correva sulla spiaggia solo l’estate precedente.

Si direbbe, infatti, che è una bambina il soggetto del libro e, invece, a ben guardare, l’albo propone una sorta di dialogo tra la bimba e un’onda, che quasi la sfida a raggiungerla. La piccola la guarda sospetta, poi la rincorre quando questa si ritrae, salvo poi correre via quando l’onda cerca di nuovo di raggiungerla. Sfogliando le pagine si ha quasi l’impressione di sentire il vento sul viso, il suono ripetitivo e carezzevole della risacca e le grida di gioia e di paura della bimba.

 


 

In una “narrazione” ad ampio respiro, che utilizza anche la doppia pagina perché il lettore s’immerga in un’atmosfera estiva, Susy Lee lascia trasparire più di una tematica: l’incontro tra due mondi? La voglia di superare un limite? Il desiderio di conoscere l’oltre?

Come sempre la scelta sta negli occhi di chi si avventura tra quelle pagine.

 

AAN DE OVERKANT

(SULL’ALTRO LATO)

di

Margherita D’Alessandro

 

Come promesso nell’articolo in prima pagina dove si parlava dei silent books, eccomi a presentare il primo tra quelli che ho avuto fra le mani. AAN DE OVERKANT, che potrebbe essere tradotto come “SULL’ALTRO LATO”, è un libro olandese del 2006 di Nicole de Cock (Gottmer Publishing Group-Haarlem).

Ammetto che al primo sguardo mi ha letteralmente rapito perché i protagonisti, che vivono su due sponde opposte di uno stesso corso d’acqua (potrebbe essere un fiume, un mare o un lago), fanno di tutto per incontrarsi. Si potrebbe forse pensare a sfide o minacce lanciate da una riva all’altra attraverso messaggi inviati nei modi più disparati. O, al contrario, un gran desiderio di parlarsi e fare amicizia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutti i tentativi falliscono eppure i protagonisti non si danno per vinti. Riusciranno a trovare un modo per comunicare proprio incontrandosi su quell’acqua che li divide.

Quanti modi per leggere questo libro!

Separazione e scontro tra popoli diversi che si affacciano sullo stesso mare?

O tentativo di superare gli ostacoli della comunicazione e dello scambio culturale?

Al lettore la scelta finale.

 

MAI PIÙ SENZA LIBRI

di

Margherita D’Alessandro

 

 

 

Il verbo leggere non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni verbi:

il verbo “amare” … il verbo “sognare” …

Naturalmente si può sempre provare.

Dai, forza: “Amami!” “Sogna!” “Leggi!”

“Leggi! Ma insomma, leggi, diamine, ti ordino di leggere!”

“Sali in camera tua e leggi!”

Risultato?

Niente.

 

Così Daniel Pennac dava inizio a “Come un romanzo”, libro dedicato alla lettura e ai tanti modi di viverla, compreso saper trasmettere la passione per quello che alcuni trovano insostituibile, altri pesante, altri ancora insopportabile.

Quante volte noi adulti vorremmo, come descrive bene Pennac, che bastasse consigliare di leggere per avere l’approvazione e il consenso alla lettura di tutti i bambini del mondo, figli, nipoti, alunni. E, invece, la maggior parte delle volte ci sentiamo rispondere che il libro è noioso e che preferiscono la tv o i videogiochi.

Stranamente, però, questo modo di pensare non tocca Timmy e Lucy, i due piccoli protagonisti che Peter Carnavas tratteggia con poche linee semplici e precise, nel testo e nelle illustrazioni.

Quando ho avuto questo libro tra le mani, avrei voluto stringermelo al petto e non lasciarlo più.

Sì perché Timmy e Lucy davvero non sono come gli altri bambini: non hanno la televisione, né il computer e nemmeno una casa. Vivono, infatti, in una roulotte con libri ovunque, che leggono tutto il giorno, scambiandoseli, leggendoli insieme, perfino uno sopra l’altro, avvolti dalle parole e dal profumo della carta stampata. I libri diventano così il loro divano, il materasso, il perno dell’altalena, il cibo quotidiano.

Un giorno, però, la mamma decide che di libri ce ne sono troppi, non c’è più spazio per altro: è proprio ora di buttarli. Armati di carriole e col cuore in pezzi, Timmy e Lucy caricano volumi grandi e piccoli per portarli lontano … troppo lontano da loro.

Ora finalmente c’è spazio nella roulotte, magari entrerà anche una tv o un computer, ma i bambini non sorridono più e anche la mamma e il papà diventano ogni giorno più tristi. E allora?

Allora via a riprendersi tutti i libri prima che qualcun altro possa avere la stessa idea.

 

Qualcuno potrà pensare che Timmy e Lucy “non avevano molto … ma avevano tutto!”. Sono loro a sentirsi davvero ricchi e possono ben dire a tutti, lettori e non, Mai più senza libri!

 

Peter Carnavas, autore australiano, che si ispira allo stile di Quentin Blake, Stephen Michael King, Peter H. Reynolds, Shaun Tan, Bob Graham e molti altri, ha pubblicato con Valentina edizioni anche La scatola di Penelope (Jessica’s box nell’originale), L’ultimo albero in città e Il cuore grande di Sara, finalisti in diversi premi, tra cui il Council of Australia Award Crichton e il SCBWI Crystal Award Kite.

Mai più senza libri vi consigliamo di leggerlo come fanno Timmy e Lucy con i loro genitori: abbracciati, stretti stretti, sullo stesso divano, sotto un’unica lampada o una grande coperta.

Non stupitevi se i bambini, arrivati all’ultima pagina vi chiederanno «Lo leggiamo ancora?».

Fateli contenti e … cominciate a far scorta di libri!

 

Mai più senza libri

di Peter Carnavas

Valentina Edizioni

€ 11

   

Manuale pratico per scoprire

“come funziona una maestra”

di

Margherita D’Alessandro

 

È appena ricominciata la scuola, ne parlano i giornali, i tg, la gente per strada, i genitori che non vedevano l’ora di poter riorganizzare al meglio il tempo.

Io ricordo bene il mio primo giorno nella scuola elementare: ci radunarono tutti in palestra -  genitori e bambini – e aspettammo con pazienza che ci chiamassero. Ero curiosa di sapere che viso avesse la mia “prima” maestra, se fosse dolce o severa, simpatica o seria. Arrivò con un po’ di ritardo e … sorpresa! Si chiamava proprio come me. Poi ci mise in fila ed io diedi la mano a Loretta con cui avrei diviso 5 anni di studi e di giochi. Quest’anno ho visto mia nipote fare le stesse cose e mi chiedevo, guardando i volti di tanti bimbi, cosa possa passare nella loro mente quando lasciano la mano del genitore per seguire una persona, che li guiderà nei passi fondamentali dell’apprendimento.Così ho ripreso in mano “Come funziona la maestra” di Susanna Mattiangeli con le illustrazioni della grande Chiara Carrer (Il Castoro), un libro di qualche mese fa, e ho pensato di proporvelo perché quando l’ho letto la prima volta ho avuto un groppo in gola per l’emozione, sia come ex alunna che come insegnante.

Guardate un po’ se le sue parole non sembrano espresse da quei frugoletti con i grembiulini e gli zaini:

 

«Ci sono maestre lunghe o maestre corte. Maestre larghe oppure sottili. Una maestra piccola non è mezza maestra, così come una molto grande non vale doppio … Le maestre a un certo punto diventano maestre di qualcun altro. Si possono rivedere dopo un po’ di tempo, per la strada, al cinema, al mercato, e sembrano dei grandi come tutti gli altri. Però quando se ne incontra una, si capisce. Si sa che quella era la maestra. Solo, è diventata un po’ più piccola. E insieme alla maestra, anche la classe, se ci si ritorna dopo un po’ di tempo, si è trasformata. È sempre la stessa classe, ma si è rimpicciolita».

 

Quando ho avuto il libro tra le mani è stato amore a prima vista e il giorno dopo l’avevo già letto ai miei alunni.

Quelle parole toccavano in profondità i miei ricordi perciò ho pensato che la scrittrice doveva essere un po’ speciale e le ho rivolto qualche domanda:

        Susanna, parlaci un po’ di te.

Io sono nata a Roma. Non sono lunga né larga, sono ocra anche se a volte divento marrone perché se voglio posso cambiare colore. Milioni di anni fa ho studiato disegno e storia dell’arte, ho costruito pupazzi per spettacoli e per video di animazione, attrezzeria e mobili perché mi piace il lavoro manuale anche se da solo non mi basta. Adesso abito ancora a Roma con Lorenzo, Elisa e Pietro. Invento laboratori per i bambini in spazi privati e nelle scuole. Imparo tante cose e, in qualche modo, ne insegno anche. In effetti ho molte cose che mi rendono simile ad una maestra: ho una parte davanti e se mi giro a scrivere o a disegnare ho anche io una parte di dietro. A volte i bambini e le bambine mi chiamano maestra, solo che io non mi siedo quasi mai alla cattedra e, anche se parlo con molte maestre, non conosco la lingua segreta che le maestre parlano tra loro. L’ambiente della scuola mi riempie di idee e di parole che devo mettere da qualche parte. Così oltre a “Come funziona la maestra” Editrice il Castoro è appena uscito “La mia scuola ha un nome da maschio” Edizioni Lapis. Così per un po’ sono a posto e dopo scriverò di altri argomenti.

      Come è nato “Come funziona la maestra”?

Come dicevo, incontro molte maestre durante l’anno. Spesso maestre donne, perché nel nostro paese vicino ai bambini e alle bambine ci sono soprattutto le donne. Se invece aggiungi un pallone da calcio, arrivano subito gli uomini, mentre le donne e le bambine si allontanano.  Se si rimescolassero più le cose tra uomini, donne, bambini, bambine e palloni questo sarebbe un paese diverso, ma per adesso il maestro è una rarità e nel linguaggio comune si parla di “maestre”: esseri con borsetta e poteri speciali, supereroi con la messa in piega.

Quando ho pensato di scrivere un testo per un albo ci ho messo poco a decidere di parlare della maestra e non mi pareva una scelta tanto originale. Solo dopo aver finito ho realizzato che non era ancora stato fatto uno studio scientifico sull’argomento, ovvero sulle varie forme di maestra presenti in natura, su come si muove, come parla, dove vive eccetera.

 

          Hai un ricordo particolare dei tuoi insegnanti?

La mia prima maestra della scuola materna si chiamava Armida e nella sua classe c’era una casetta di legno dove entravamo in tantissimi a ricreazione. Quando ho votato per la prima volta sono tornata a trovare la casetta e ho visto che si era rimpicciolita. A fatica ci sarei entrata io da sola. A dire il vero, tutta la classe si era ristretta e mi sono sentita come Alice quando diventa enorme. La mia maestra preferita però è stata Patrizia, che mi ha insegnato a leggere e a scrivere cantando e suonando la chitarra. In seconda elementare è stata sostituita da un’altra che aveva una bacchetta di legno da sbattere sui banchi per fare silenzio, ci buttava spesso fuori dalla classe e ogni tanto ci tirava i capelli. Così ho imparato che ci sono vari modelli di maestra al mondo, e che non tutte funzionano allo stesso modo.

          Ricordi il primo giorno di scuola?

No, non ho un ricordo preciso. Se ci penso vedo l’immagine della mia mano al lavoro sui primi quaderni e mi torna in mente quanto mi sembrava facile leggere e scrivere. Credo che in questo Patrizia c’entrasse e mi chiedo se lei se ne sia resa conto. Era giovane e chissà se ha continuato ad insegnare, magari in quegli anni se n’è andata in giro di classe in classe lasciando cose preziose senza pensarci troppo su.

         Qual era la tua merenda preferita?

Mi piaceva il pane con la nutella ma mia mamma mi faceva certe fette deprimenti, piccole e con un velo marrone inesistente e allora nemmeno lo chiedevo più. Andavo a scuola tutti i giorni con un tegolino e un mandarino. Poi però a ricreazione mi dimenticavo di mangiare e lasciavo tutto nella tasca dello zaino. Alla fine della settimana la tasca era piena e bisognava scavare gli strati di mandarini e tegolini tutti schiacciati e mummificati.

         E il libro a cui eri più legata, quello che leggevi e rileggevi?

Io leggevo fumetti. Sempre, ovunque. Soprattutto Topolino, quello che usciva in edicola ma anche le vecchie storie degli anni cinquanta di cui mio padre aveva una grande raccolta. Adesso, a parte qualche storia classica veramente bella, non mi piace più per niente ma alle elementari era la mia fissazione. Oltre a quello leggevo molto Asterix e qualunque fumetto girasse per casa, compreso Linus che era per grandi, pieno di cose strane e incomprensibili. Non saprei dire quale sia stato il mio primo libro vero: a scuola ci facevano prendere dei libri in biblioteca di cui non ricordo niente se non una riduzione di Fabiola, una storia sui primi cristiani perseguitati che ha segnato il mio breve momento di misticismo. Di sicuro ho letto e riletto le Filastrocche in cielo e in terra di Rodari, che resta una specie di maestro invisibile dei miei anni piccoli e anche di quelli un pochino più grandi.

 

Come funziona la maestra

di Susanna Mattiangeli - Chiara Carrer

Ed: Il Castoro

€ 14,00

 

 

 

 


Didderendé daddéro: una lingua tutta nuova per il piccolo Piripù

di Serena Gaudino

 

Tararì tararera non è un libro nuovo ma rappresenta un nuovo modo di parlare ai bambini e a convincerli che dentro le pagine trovano un mondo di meraviglie che aspetta proprio loro per essere vissuto.
Il progetto di Emanuela Bussolati, bravissima ed eclettica scrittrice e illustratrice, nasce da un’idea semplice ma molto interessante: raccontare storie ai lettori più piccoli con una lingua che comunica puro piacere. Un incrocio di immagini eloquenti, di parole musicali che però non hanno un significato intrinseco ma significano in quanto legate all’immagine e all’idea che la stessa immagine vuole trasferire.
La lingua, insomma, che qui utilizza la Bussolati, è una lingua tutta nuova, una follia, direbbe qualcuno, un particolarissimo gramlot, o che altro? Nulla: è solo un’intuizione di lingua che trasmette, appunto, puro piacere, una lingua totalmente inventata che si basa però sul recupero dell’onomatopeicità delle parole e delle immagini (della stessa Bussolati) e che chiede complicità ai lettori adulti invitandoli a esprimersi anche con il viso e con il corpo.
La lingua Piripù è quella che parla la famiglia Piripù e in particolare Piripù Bibi che dispettoso e un po’ ribelle si perde nel bosco, incontra un lupo, poi un serpente e alla fine un elefante. Prima di essere, finalmente, ritrovato dalla sua famigliola che prima se lo abbraccia e poi lo sgrida per la sua ennesima marachella.
Tararì tararera è un miracolo dell’editoria. Un libro esperimento che solo la casa editrice Carthusia poteva apprezzare (trasformandolo nel primo volume dell’intera collana “La biblioteca di Piripù”) e proporre sul mercato. Una scommessa vinta con il pubblico dei piccoli lettori e quello dei critici che l’ha designato nel 2010 del prestigioso Premio Andersen.
Una curiosità: alla fine del 2010 il libro è stato utilizzato per un laboratorio dalla Biblioteca Le Nuvole del Centro Hurtado di Scampìa (quartiere di Napoli tristemente noto per le guerre di camorra svoltesi dal 2004 all’inizio del 2006). I bambini se ne sono innamorati!


Tararì tararera.
Storia in lingua Piripù per il puro piacere di raccontare storie ai Piripù Bibi
di Emanuela Bussolati
ed.: Carthusia
Collana: La biblioteca di Piripù
euro 13,90



 

   

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