La conchiglia dell’oceano

Per gentile concessione di Laura Ferrari

Molti anni fa in una piccola isola sperduta dell’arcipelago delle Hawaii viveva con la sua famiglia Joseph, un bambino di otto anni.

Il piccolo Joseph assieme al padre, quasi ogni pomeriggio andava a pescare nelle calme acque dell’oceano con la zattera costruita con robusti tronchi d’albero e pelli usate come vele per muoversi veloci, attraversando i forti venti nelle giornate più burrascose e piovose.

La pesca era l’attività principale del villaggio.

Tutti gli uomini di Kawai, il paesello dove il piccolo Joseph abitava, andavano al largo ogni mattina al sorgere del sole gettando le loro reti in mare, speranzosi di una pesca proficua.

La cena era il momento della giornata preferito di Joseph e degli altri bambini del paese, perché a volte le famiglie si radunavano cucinando il pesce pescato su delle grosse pietre bianche.

E quella sera fu una di quelle.

Sembrava di essere immersi in un’atmosfera magica.

Nella piccola isola tutti si conoscevano e la sera era un momento di ritrovo per parlare di cosa era successo durante la giornata, era il momento delle risate con gli amici e a volte era l’occasioni per raccontare storie, attorniati dallo scoppiettio del fuoco e avvolti dal profumo di oceano. I più piccoli restavano a bocca aperta, estasiati.

La mattina seguente, Joseph e suo padre Vans insistettero per portare anche la madre a trascorrere la giornata di pesca insieme a loro.

Emma, la mamma, accettò l’invito e, dopo aver preso il cestino con il cibo per il pranzo, chiuse la porta di casa e partirono.

Il cielo all’orizzonte era di un azzurro acceso, intenso.

Nessuno si sarebbe mai aspettato quello che stava per accadere.

Quel pomeriggio, all’improvviso, il cielo si oscurò e un forte vento cominciò a soffiare forte facendo sbandare la grande zattera.

Il bambino aveva molta paura di essere sbattuto in quell’acqua gelida, cominciò a piangere e i genitori facevano il possibile per fare rimanere a galla la loro imbarcazione.

Ad un tratto gli occhi del piccolo Joseph ancora umidi di pianto, guardarono estasiati la collana della mamma.

Portava sempre attorno al collo una catenella di corda con appesa una conchiglia a forma di mezzaluna di un colore bianco acceso, ma quel pomeriggio il piccolo la osservò come fosse la prima volta.

La conchiglia sprigionò una luce così intensa che perfino sua madre si coprì gli occhi, la prese tra le mani e rivolta verso il cielo nero parlava ad alta voce.

Il bambino non riusciva a capire le parole della madre spezzate dal rumore del forte acquazzone.

All’improvviso però il cielo si squarciò, l’acqua cessò, le nuvole corsero via veloci lasciando spazio ai timidi raggi del sole che si facevano piano piano sempre più vivi, facendo uscire un incantevole arcobaleno.

La famiglia si strinse in un forte abbraccio, dimenticando ben presto la paura appena vissuta.

Giunti nella loro casa Joseph non stava nella pelle per capire cosa era successo, così la madre Emma e il padre Vans gli spiegarono che quella conchiglia era speciale: un regalo donato a Emma dalla madre tanti anni fa, una promessa di aiuto nei momenti di difficoltà. Bastava rivolgersi alla conchiglia chiamando la madre ad alta voce e lei sarebbe accorsa.

Il bambino rimase a bocca aperta al racconto della mamma e si commosse soffiandosi il piccolo nasino.

La madre lo rincuorò dicendogli che divenuto un po’ più grande gli avrebbe donato a sua volta quell’oggetto prezioso.

Felice, Joseph andò tutto il pomeriggio a raccontare ciò che era accaduto in quella speciale giornata a tutti i suoi amici, dicendo loro di non avere mai paura di quello che potrà accadere, perché una conchiglia speciale la possediamo tutti, legata al nostro cuore.

 

 

 

 

 


CAPELLI BLU

 

Per gentile concessione di BABBONline

 

I

Quando venne alla luce, i genitori rimasero qualche minuto a guardarlo in silenzio. Il loro sguardo si era fissato sui folti capelli. Su un particolare preciso, il colore. Il bambino aveva i capelli blu. Ai loro occhi si trattava di una cosa inconcepibile perché tutti avevano capelli neri. Da sempre il nero era l'unico colore di capelli che avessero mai visto. Di qualsiasi tipo: ricci, ondulati, lisci, leggermente mossi, corti o lunghi ma rigorosamente neri. Uomini, donne, giovani e vecchi. Nessuno faceva eccezione.

I due genitori si guardarono perplessi. La prima idea fu quella di mettergli un cappellino in testa, di quelli che si mettono ai neonati. Non avrebbe creato alcun sospetto. Sapevano che a breve sarebbero venuti amici e parenti per congratularsi con loro e per vedere il bambino.

Per le prime settimane il piano funzionò. Nessuno poteva immaginare cosa si nascondesse sotto quel cappello.

Nel frattempo i genitori decisero di portare il figlio dal miglior medico della città.

Dopo i primi attimi di stupore nel vedere il bambino senza cappello, iniziò a visitarlo. Gli fece aprire la bocca e tirare fuori la lingua. Appoggiò l'orecchio sul petto per controllare il battito del cuore. Per finire lo guardò fisso negli occhi come se riuscisse a vedere dentro.

Vostro figlio è sano come un pesce.” concluse cercando di rassicurare i genitori. “Non ho mai letto di persone con i capelli blu ma il resto sembra tutto a posto.”

Passarono le settimane. Il bambino cresceva tenendo sempre il suo cappellino in testa. Sarebbe stato sempre più difficile nascondere quel segreto. Aveva provato più volte a toglierselo mentre erano in pubblico. E poi sarebbe bastato un colpo di vento più forte.

La mamma decise di farlo vedere ad una vecchia maga che viveva in una casa in mezzo al bosco poco fuori la città.

Sicuramente avrà memoria di un caso del genere e ci darà una soluzione” pensò.

La maga lo fece sedere in mezzo alla stanza sotto una luce. Il bambino rimase tranquillo, guardandosi intorno incuriosito dall'ambiente che lo circondava. Animali impagliati, bottiglie di liquidi colorati, scaffali pieni di libri.

Gli prese la testa tra le mani e gli toccò i capelli. Si avvicinò per annusarli pensando che potessero avere qualche strano odore.

Non ho mai visto niente di simile” sentenziò.

L'unica soluzione possibile è provare con una delle mie pozioni. Ne preparerò subito una con piume di corvo e inchiostro di piovra.” e si allontanò.

La mamma guardava il suo bambino con gli occhi pieni di gioia. Era arrivata piena di speranze. La maga ritornò con in mano una scatolina con dentro una specie di unguento.

Dovrai tagliere i capelli del bambino nella prima notte senza luna che ci sarà e metterai questo unguento sulla sua testa ogni notte per una settimana.”

La donna ringraziò e riprese la via di casa.

Si attenne scrupolosamente alle indicazioni date dalla maga. Aspettò la prima notte senza luna. Era una notte scura. Sperò che questo avrebbe aiutato.

Capì subito che il rimedio non avrebbe funzionato. I capelli ricrescevano esattamente dello stesso colore di prima. La mamma vedeva delle piccole puntine blu crescere sulla testa del figlio fino a diventare capelli sempre più lunghi.

Pensò che sarebbe stato meglio abbandonare per sempre il cappello. Gli tagliò i capelli per l'ultima volta cosicché gli altri si sarebbero abituati pian piano piuttosto che vedere subito quella massa blu sulla testa del figlio.


Le reazioni non si fecero attendere. Tutti chiedevano il motivo di quello strano colore. L'iniziale curiosità lasciò ben presto il posto ad una certa diffidenza. Quel blu spiccava in mezzo agli altri.

All'inizio i bambini non ci fecero particolare caso ma, crescendo, iniziarono a capire la differenza. Con gli anni iniziarono a prenderlo in giro e ad isolarlo. Nessuno voleva giocare con lui. Per tutti era “Capelliblu”. Era così che si riferivano a lui.

Così iniziò a trascorrere sempre più tempo nel bosco vicino alla città, negli animali sembrava aver trovato dei veri amici. Trascorreva lì la maggior parte della giornata per poi rientrare a sera a casa.

Un giorno, mentre stava rincorrendo uno scoiattolo, sentì in lontananza una musica che proveniva dalla città. Non poteva saperlo ma c'era una grande festa. Incuriosito lasciò il bosco. Nella piazza c'era una banda che suonava e tutti i bambini correvano incontro ad un pallone.

Richiamato da tutta quella allegria entrò nella piazza. Raggiunse il pallone calciato lontano.

Non appena i bambini si resero conto della sua presenza si fermarono. Il più grande di loro gli corse incontro e recuperò il pallone.

Qui non vogliamo quelli con la testa blu. Ne vedi altri? Torna nel bosco da dove sei venuto.”

Gli altri bambini lo guardavano senza dire niente.

Riuscì a trattenersi dal piangere. Strinse i pugni come per raccogliere tutta la sua forza. Si girò e si mise a correre verso il bosco lasciando andare tutte le sue lacrime.

Corse fino a che aveva fiato. Giunse al fiume e si fermò. Si accucciò vicino all'argine. Poco lontano aveva scoperto un laghetto dove gli piaceva andare per specchiarsi e vedere quei capelli che tanto gli altri sembravano odiare. Alcune volte aveva visto un gruppo di piccoli pesci muoversi insieme. Li aveva invidiati. Almeno loro erano tutti uguali e sembravano uniti.

Il fiume scorreva troppo in fretta per poter vedere la sua immagine riflessa. Provò ad avvicinarsi all'acqua per quanto poteva.

D'improvviso la terra sotto le sue mani cedette e si ritrovò in acqua. La corrente era forte. Cercò di lottare nuotando per tornare a riva ma lentamente le forze gli mancarono. Riuscì ad aggrapparsi ad un tronco e si lasciò trasportare dalla corrente.

 


II

Si sentì toccare il braccio. Aprì leggermente gli occhi. Vedeva delle immagini non chiare. Riuscì a distinguere dei bambini intorno che gli sorridevano.

E' ancora vivo” sentì dire. “Chiediamogli come sta” propose uno di loro.

Guardando meglio gli sembrava che i bambini intorno a lui avessero i capelli blu come i suoi. Pensò di avere le allucinazioni o di stare sognando.

Provò ad alzarsi ma non ci riuscì. Non aveva forza. Gli altri lo aiutarono offrendogli di appoggiarsi a loro. Gli dettero un frutto. Lo prese ed iniziò a morderlo. Aveva una gran fame. Intanto li guardava con attenzione. Avevano davvero i capelli blu come i suoi.

Dove mi trovo?” chiese.

Come ti chiami? Da dove vieni?” gli chiesero senza rispondere alla sua domanda.

Sono caduto nel fiume. Non so per quanto tempo sia rimasto in acqua.”

Ti portiamo a casa nostra. Potrai mangiare e riposarti”.

Arrivarono in città. Si guardava intorno incuriosito e meravigliato. Tutti quelli che vedeva avevano i capelli blu. Proprio come lui. Incrociò una mamma con un bambino, entrambi con i capelli del colore del cielo. Avrebbe voluto urlare dalla gioia. Andare incontro a tutti quelli che vedeva e abbracciarli. Non era più quello diverso, era uguale a tutti gli altri. Non poteva crederci. Sembrava che i suoi sogni fossero diventati realtà. Le persone gli sorridevano. Non bisbigliavano tra di loro quando lo vedevano come succedeva nella sua città.

Furono tutti molto gentili con lui. Uno dei bambini che lo aveva salvato lo portò a casa. La sua mamma gli preparò qualcosa di caldo da mangiare. Lo accompagnarono in una camera per farlo riposare. Era molto stanco ma non riusciva ad addormentarsi. Aveva tante cose a cui pensare. Aveva paura che al risveglio si sarebbe ritrovato nella situazione iniziale, unica testa blu in mezzo a tutte nere.


Le settimane passarono velocemente. Viveva in una grande casa, era ospite di una coppia che non aveva avuto bambini e che lo trattava come fosse un figlio. Passava le giornate giocando con i suoi amici, esplorando i dintorni della città.

Nonostante questo non era del tutto felice. Ogni tanto, specialmente la sera prima di addormentarsi, il pensiero andava alla sua famiglia. Chissà come stavano i suoi genitori. Qualche volta questa tristezza traspariva e i suoi amici gli chiedevano se ci fosse qualcosa che non andava. Preferiva non raccontare del suo passato.

Una sera, mentre la signora che l'ospitava gli leggeva una favola per farlo addormentare, scoppiò a piangere pensando ai suoi genitori.

Cosa c'è che non va?” gli chiese la donna.

Le raccontò tutto, che da dove veniva tutti avevano i capelli neri e cosa gli era successo per arrivare fino alla loro città.

La donna inizialmente pensò che si stesse inventando tutto. Ma il bambino sembrava sincero, le sue lacrime era vere.

Tutta una città con i capelli neri? Ma anche la tua mamma ed il tuo papà hanno i capelli neri? Mi dispiace.” cercò di consolarlo. “Non ti preoccupare, qui sei al sicuro. Tutti ti vogliono bene. Non devi aver paura di niente.”

Non trovò conforto in quelle parole. Per qualche motivo che non capiva gli avevano lasciato addosso ancora quella tristezza.

La donna gli rimboccò le coperte e gli dette il bacio della buonanotte.

Ma non fu una buona notte. Si girava nel letto cercando di addormentarsi senza riuscirci. Ripensava a quelle parole.

E' vero che qui tutti mi vogliono bene.” pensava “Ma cosa succederebbe se i miei capelli fossero di un altro colore e non blu come i loro?”

Si alzò dal letto. Cercando di non fare rumore mise in uno zaino poche cose e decise di andarsene. Esitò qualche attimo davanti alla porta ma poi prese la decisione.

Ben presto fu fuori dalla città. Pensò che il suo posto era nei boschi, in mezzo alla natura. Sapeva cavarsela. Gli animali non facevano caso al colore dei suoi capelli. In lontananza vide delle montagne. Decise di incamminarsi e di superarle per scoprire cosa ci fosse oltre.

 


III

Non era più abituato a stare da solo tutto il giorno. Sentiva la mancanza degli altri bambini.

Perché è così dura stare insieme agli altri ma anche da soli?” si chiedeva.

Le montagne erano sempre più vicine. Passava le giornate camminando e cercando cibo. Era riuscito a trovare in quei monti l'obiettivo del suo cammino, nella speranza di trovare qualcosa di bello oltre. Questo gli dava la forza di andare avanti. Anche quando c'erano giornate nelle quali pioveva tutto il giorno o le bacche erano le uniche cose da mangiare e il suo stomaco brontolava tutta la notte.

Se non avesse trovato niente di speciale dopo le montagne, ci sarebbero state altre montagne dopo, delle colline o un lago da far diventare la nuova meta del suo vagare.

Ebbe la fortuna di trovare un sentiero facile per superare la montagna. Quando fu in cima si fermò scrutando con attenzione nella vallata sottostante. Sembrava che non ci fosse niente di particolare. Si sedette deluso. Decise comunque di scendere a valle.

Mentre si avvicinava alla vallata iniziò a vedere del movimento. All'inizio non riuscì a capire cosa stesse succedendo. Cercò di aumentare il passo, stando attento a non scivolare. Si trattava sicuramente di persone. Si fece spazio nella vegetazione, iniziava a sentire della musica. Si impaurì pensando alla volta in cui nel suo Paese aveva sentito suonare della musica ed era andato in piazza. Gli altri bambini lo avevano scacciato malamente. Rimase a pensare se andare avanti. La curiosità ebbe la meglio sulla paura e proseguì.

Quando fu abbastanza vicino, nascondendosi dietro un cespuglio per non farsi scoprire, vide uno spettacolo entusiasmante. In una grande radura centinaia di persone si stavano muovendo in una specie di danza al ritmo di una musica scandita da decine di tamburi. La cosa che lo colpì di più furono i colori. La danza era un tripudio di colori. Non riusciva a distinguere se le persone indossassero delle maschere. Il movimento lo distraeva dal riuscire a concentrarsi sui singoli individui.

Anche un occhio non esperto poteva capire che tutti i movimenti facevano parte di un preciso disegno. Quando il suono dei tamburi si fece più forte tutti si mossero verso il centro e poi si dispersero andando a formare un enorme arcobaleno. Ne rimase colpito. Era uno spettacolo bellissimo. L'arcobaleno durò poco. I tamburi si fermarono e la danza terminò. Erano tutti sorridenti. Anche lui sorrideva tra le foglie. Mosse i primi passi per uscire dal cespuglio. Gli venne naturale avvicinarsi a quella gente. La sua attenzione si concentrò sui loro capelli. Si rese conto che ognuno di loro aveva i capelli di un colore diverso. Qualcuno poteva avere dei colori simili ma non uguali. Ognuno era diverso dagli altri. Questo aveva permesso loro di creare quell'arcobaleno. Non una singola macchia di colore, come sarebbe successo se avessero fatto quella danza nella sua città. Non sapeva chi fossero ma per lui sarebbero stati “il popolo dell'arcobaleno”.

Si avvicinò e fu subito accolto dagli altri bambini che gli andarono incontro e lo presero per mano per andare a fare festa con loro.

La sua fatica era stata premiata. Aveva trovato un posto dove vivere felice.

Non poteva stare nel suo Paese dove l’avevano sempre visto così diverso solo per il colore dei suoi capelli. Nella città del popolo con i capelli blu aveva trovato tanta amicizia ed amore ma come non poteva accettare di essere stato allontanato perché diverso così non avrebbe mai potuto accettare di essere stato accolto solo perché per caso uguale agli altri. Questo avrebbe voluto dire rinnegare la sua mamma e il suo papà dai capelli neri.

Il “popolo dell’arcobaleno” l’aveva accolto subito, senza problemi. Erano andati oltre a quello che poteva vedere. Quello era il posto in cui vivere.

Avrebbe fatto arrivare tutta la sua famiglia per stare finalmente insieme.

 

 

Di Daniele BABBOnline.blogspot.it   visita il suo sito 

potrai trovare interessanti curiosità naturalmente sui bimbi e i loro papà!

 

 

La bambina di polvere

 

Era una giornata fresca, tiravano forti venti, e in una casa, in cima ad una montagna, viveva una bambina, una bambina di polvere. Senza saperne le ragioni, da tempo, non aveva più contatti con i suoi simili: i polveriani. Era senza nessuno da amare o con cui parlare. Trascorreva i giorni con cani, gatti, pappagalli di polvere, ma si sentiva comunque sola.

Un bambino di nome Paul, partì con i suoi genitori per una vacanza su quella montagna, proprio nella casa dove abitava la bambina di polvere. Passavano i giorni, Paul iniziava ad annoiarsi e per passare il tempo, si mise a cercare tesori nascosti nella casa di montagna dove trascorreva le vacanze. Cercò, molto ma non trovò nulla. Alla fine si accorse di un vecchio baule abbandonato in soffitta. Lo aprì e trovò la bambina di polvere che piangeva. Le chiese perché stava piangendo, ma la bambina fece cenno di non capire, indicò un tavolo dove sopra c’era un foglio con scritto l’alfabeto polverese, lingua parlata dai polvariani, di cui lei faceva parte. Paul passò tutta la notte cercando di imparare l’alfabeto polverese e la strana lingua. La mattina dopo riuscì finalmente a parlare con la bambina. Così le chiese come si chiamava e lei rispose Dastillina. Passavano i giorni e loro si divertivano come matti, ma purtroppo arrivò anche il momento della partenza di Paul, Dastillina era disperata, allora Paul le chiese di patire con lui, ma, la bambina non poteva perché se usciva dal luogo in cui era vissuta sarebbe scomparsa per sempre.

Disperatamente Paul cercò di entrare nel mondo dei polveriani per saperne i segreti e salvare la sua amica. Cercò indizi per tutto il giorno, ma non trovò nulla. Proprio un attimo prima di partire si ricordò di una leva che aveva visto in una stanza all’ultimo piano. Corse più che poteva per sfuggire ai richiami dei genitori. Finalmente arrivò e ordinò a Dastillina di tirare la leva.

Dopo un po’ si aprì una porta segreta, e agli occhi dei ragazzi apparve l’impolverato paese dei polveriani. Paul e Dastillina si salutarono e si promisero che si sarebbero ricordati l’uno dell’altro tutta la vita. Paul partì più sereno e Dastillina non fu più

di Aurora Perleonardi (13 anni)

Per gentile concessione di Aurora Perleonardi



   

 

I Raggomitolini


Nel sottobosco del sottobosco viveva, migliaia di milioni di anni fa, la tribù dei Raggomitolini.

Lì era sempre buio poiché la luce del sole faticava a farsi strada tra il fogliame degli alberi, a scendere lungo i tronchi, oltre le felci e le radici…sotto le radici: ecco, era proprio lì che i raggomitolino vivevano, in una perenne ombra.

Erano simili a piccolissimi lombrichi, dalla pelle bianca, quasi trasparente.

Passavano le loro giornata allungandosi sulle radici e cercando disperatamente di catturare anche i più pallidi raggi di sole che penetravano nel sottobosco.

Rimanevano così, protesi, allungati con il corpicino, fino a quando calava la notte in tutto il bosco ed anche quel riflesso spariva. Soltanto allora finiva la caccia alla luce.

Ed era a questo punto che accadeva sempre qualcosa di strano. I Raggomitolini non capivano il meccanismo del giorno che si alterna alla notte.

Quando il raggio di sole spariva si guardavano l’un l’altro, sospettosi e speranzosi: qualcuno aveva sicuramente rubato il sole! Allora si raggomitolavano, l’uno davanti all’altro e poi si raggomitolavano l’uno nell’altro, facendosi piccoli piccoli per entrare nell’altro e catturare il sole.

Ma ogni mattina scoprivano che non era stato l’altro a rubare il sole.

Ma non l’hai preso tu!” diceva raggomitolino a raggomitolino, con gli occhi di pianto;

ma come? Ero convinto che ce l’avessi tu…” ribatteva raggomitolino tristemente.

E passavano i giorni, allungandosi e raggomitolandosi, incontrandosi e accusandosi, allontanandosi.

Ed in questo loro raggomitolarsi avevano perso la speranza che qualcuno avesse rubato il sole.

Eppure da qualche parte doveva essere!

Un giorno furono i raggomitolini più piccoli a trovare una soluzione. Costruirono una grande astronave, fatta di foglie di quercia e di radici e azionata da un’energia rubata agli alberi più vecchi del bosco. Poi entrarono tutti, raggomitolandosi a più non posso e partirono…con una miccia enorme.

L’astronave funzionò e oltrepassò alberi ed uccelli ed arrivò fino alla luna e poi esplose…con un grande boato.

I raggomitolini si dispersero a migliaia tra le stelle della notte contenti di vedere tante luci. Ma non era il sole.

E si rimisero a cercarlo senza trovarlo.

Ed ancora sono lì e cercano l’origine di quel timido raggio di sole, nel cielo immenso. E di quel cielo sono diventati bagliori di luce riflessa, attratti dalle stelle ma fuori da ogni orbita.

D’estate, nel tepore del cielo notturno, si vedono spesso minuscole striscioline di luce che sfiorano impazzite una stella e poi si perdono in un punto luminoso: stelle cadenti, si dice, ed invece sono i Raggomitolini che, ancora una volta, si allungano, si tuffano e si raggomitolano con la notte in cerca di una luce che li riscaldi. 

 di Lucrezia Lenti
Per gentile concessione di Lucrezia Lenti



 

 

 

PERCHE’ CI SONO I PERCHE’

 

Gilia era diversa e non solo per il suo nome insolito, ma anche per i suoi capelli insoliti , il suo naso insolito e le sue insolite guanciotte fucsia. Tutti sappiamo che le guance quando sono guanciotte possono essere simili a due mele rosse, a due pesche rosate, ma…mai fucsia. Eppure Gilia, non Giulia, era proprio fatta così. Aveva sempre una gran voglia di correre , saltare, giocare e sapere e perciò faceva mille domande a tutti :alla portinaia, al giorn alaio, all’omino delle caldarroste e alla maestra Loretta.

 Non perchè non avesse altre domande per la maestra Sara e la maestra Lucia ,ma la maestra Loretta era più propensa ad ascoltarla e risponderle.

- Perchè il cane abbaia e il gatto miagola?

- Perché non danno torta di fichi a mensa ?

- Perchè per fare una domanda si dice perchè?

- Perchè non stai un po’ buona?-sbraitava la mamma ,mentre, a sera, Gilia  saltava  tra le padelle e le patate della cena.

Un pomeriggio, mentre la discoletta guardava la televisione, Pinco il pallino smile dei suoi cartoni le chiese dallo schermo- Perché non hai finito i compiti e ora sei qui a goderti le mie storie?

- Sei impazzito!! Vuoi che senta la mia mamma e mi metta in punizione?

- Non proprio-rispose Pinco- ma non hai risposto alla mia domanda.

Gilia imbronciata lo sfidava con lo sguardo. Pensò che era stato un brutto scherzo della fame, del resto era da circa due ore che non metteva nulla sotto i denti. Così corse in cucina, si riempì le tasche di farcitine alle more e masticandole rumorosamente si riaccomodò sul tappeto scansando con un piede il quaderno di matematica.

- Scusa perchè non rispondi?-E perchè prendi a calci i compiti? E perché mangi in modo così sgraziato? E perché…

Gilia si avvicinò più che potè con il viso allo schermo e fissò severa Pinco,lo guardò negli occhi ….ma non capiva perchè il suo faccino restava sempre allegro, anche mentre la rimproverava…si allontanò…uno, due ,tre passi..poi si girò di scatto…Pinco era sempre là, sempre lo stesso.

Gilia provò a sentire meglio. Ma da dove veniva quella voce?

Basta… non doveva fare ancora domande. Doveva pensare….Giusto!!! La voce veniva da dentro il suo golfino, anzi da sotto il golfino ..dal suo cuore.

- Gilia, Gilia - diceva la vocina - non è così che si fa. Prima il dovere poi il piacere.

La sera Gilia raccontò tutto alla mamma, senza perché, era lei che spiegava e la mamma che ascoltava e anche senza fare tante domande venne a sapere che proprio accanto al cuore, proprio sotto il golfino c’era una piccola nuvoletta rosa che si chiamava coscienza e aiutava i bambini a capire i perché e soprattutto quando bisognava dire perché!!

                                                                                                    di Carmelina Fraraccio

 

Per gentile concessione di Carmelina Fraraccio


   

Pagina 1 di 2