La bambina di polvere
Era una giornata fresca, tiravano forti venti, e in una casa, in cima ad una montagna, viveva una bambina, una bambina di polvere. Senza saperne le ragioni, da tempo, non aveva più contatti con i suoi simili: i polveriani. Era senza nessuno da amare o con cui parlare. Trascorreva i giorni con cani, gatti, pappagalli di polvere, ma si sentiva comunque sola.
Un bambino di nome Paul, partì con i suoi genitori per una vacanza su quella montagna, proprio nella casa dove abitava la bambina di polvere. Passavano i giorni, Paul iniziava ad annoiarsi e per passare il tempo, si mise a cercare tesori nascosti nella casa di montagna dove trascorreva le vacanze. Cercò, molto ma non trovò nulla. Alla fine si accorse di un vecchio baule abbandonato in soffitta. Lo aprì e trovò la bambina di polvere che piangeva. Le chiese perché stava piangendo, ma la bambina fece cenno di non capire, indicò un tavolo dove sopra c’era un foglio con scritto l’alfabeto polverese, lingua parlata dai polvariani, di cui lei faceva parte. Paul passò tutta la notte cercando di imparare l’alfabeto polverese e la strana lingua. La mattina dopo riuscì finalmente a parlare con la bambina. Così le chiese come si chiamava e lei rispose Dastillina. Passavano i giorni e loro si divertivano come matti, ma purtroppo arrivò anche il momento della partenza di Paul, Dastillina era disperata, allora Paul le chiese di patire con lui, ma, la bambina non poteva perché se usciva dal luogo in cui era vissuta sarebbe scomparsa per sempre.
Disperatamente Paul cercò di entrare nel mondo dei polveriani per saperne i segreti e salvare la sua amica. Cercò indizi per tutto il giorno, ma non trovò nulla. Proprio un attimo prima di partire si ricordò di una leva che aveva visto in una stanza all’ultimo piano. Corse più che poteva per sfuggire ai richiami dei genitori. Finalmente arrivò e ordinò a Dastillina di tirare la leva.
Dopo un po’ si aprì una porta segreta, e agli occhi dei ragazzi apparve l’impolverato paese dei polveriani. Paul e Dastillina si salutarono e si promisero che si sarebbero ricordati l’uno dell’altro tutta la vita. Paul partì più sereno e Dastillina non fu più
di Aurora Perleonardi (13 anni)
Per gentile concessione di Aurora Perleonardi
I Raggomitolini
Nel sottobosco del sottobosco viveva, migliaia di milioni di anni fa, la tribù dei Raggomitolini.
Lì era sempre buio poiché la luce del sole faticava a farsi strada tra il fogliame degli alberi, a scendere lungo i tronchi, oltre le felci e le radici…sotto le radici: ecco, era proprio lì che i raggomitolino vivevano, in una perenne ombra.
Erano simili a piccolissimi lombrichi, dalla pelle bianca, quasi trasparente.
Passavano le loro giornata allungandosi sulle radici e cercando disperatamente di catturare anche i più pallidi raggi di sole che penetravano nel sottobosco.
Rimanevano così, protesi, allungati con il corpicino, fino a quando calava la notte in tutto il bosco ed anche quel riflesso spariva. Soltanto allora finiva la caccia alla luce.
Ed era a questo punto che accadeva sempre qualcosa di strano. I Raggomitolini non capivano il meccanismo del giorno che si alterna alla notte.
Quando il raggio di sole spariva si guardavano l’un l’altro, sospettosi e speranzosi: qualcuno aveva sicuramente rubato il sole! Allora si raggomitolavano, l’uno davanti all’altro e poi si raggomitolavano l’uno nell’altro, facendosi piccoli piccoli per entrare nell’altro e catturare il sole.
Ma ogni mattina scoprivano che non era stato l’altro a rubare il sole.
“Ma non l’hai preso tu!” diceva raggomitolino a raggomitolino, con gli occhi di pianto;
“ma come? Ero convinto che ce l’avessi tu…” ribatteva raggomitolino tristemente.
E passavano i giorni, allungandosi e raggomitolandosi, incontrandosi e accusandosi, allontanandosi.
Ed in questo loro raggomitolarsi avevano perso la speranza che qualcuno avesse rubato il sole.
Eppure da qualche parte doveva essere!
Un giorno furono i raggomitolini più piccoli a trovare una soluzione. Costruirono una grande astronave, fatta di foglie di quercia e di radici e azionata da un’energia rubata agli alberi più vecchi del bosco. Poi entrarono tutti, raggomitolandosi a più non posso e partirono…con una miccia enorme.
L’astronave funzionò e oltrepassò alberi ed uccelli ed arrivò fino alla luna e poi esplose…con un grande boato.
I raggomitolini si dispersero a migliaia tra le stelle della notte contenti di vedere tante luci. Ma non era il sole.
E si rimisero a cercarlo senza trovarlo.
Ed ancora sono lì e cercano l’origine di quel timido raggio di sole, nel cielo immenso. E di quel cielo sono diventati bagliori di luce riflessa, attratti dalle stelle ma fuori da ogni orbita.
D’estate, nel tepore del cielo notturno, si vedono spesso minuscole striscioline di luce che sfiorano impazzite una stella e poi si perdono in un punto luminoso: stelle cadenti, si dice, ed invece sono i Raggomitolini che, ancora una volta, si allungano, si tuffano e si raggomitolano con la notte in cerca di una luce che li riscaldi.
PERCHE’ CI SONO I PERCHE’
Gilia era diversa e non solo per il suo nome insolito, ma anche per i suoi capelli insoliti , il suo naso insolito e le sue insolite guanciotte fucsia. Tutti sappiamo che le guance quando sono guanciotte possono essere simili a due mele rosse, a due pesche rosate, ma…mai fucsia. Eppure Gilia, non Giulia, era proprio fatta così. Aveva sempre una gran voglia di correre , saltare, giocare e sapere e perciò faceva mille domande a tutti :alla portinaia, al giorn alaio, all’omino delle caldarroste e alla maestra Loretta.
Non perchè non avesse altre domande per la maestra Sara e la maestra Lucia ,ma la maestra Loretta era più propensa ad ascoltarla e risponderle.
- Perchè il cane abbaia e il gatto miagola?
- Perché non danno torta di fichi a mensa ?
- Perchè per fare una domanda si dice perchè?
- Perchè non stai un po’ buona?-sbraitava la mamma ,mentre, a sera, Gilia saltava tra le padelle e le patate della cena.
Un pomeriggio, mentre la discoletta guardava la televisione, Pinco il pallino smile dei suoi cartoni le chiese dallo schermo- Perché non hai finito i compiti e ora sei qui a goderti le mie storie?
- Sei impazzito!! Vuoi che senta la mia mamma e mi metta in punizione?
- Non proprio-rispose Pinco- ma non hai risposto alla mia domanda.
Gilia imbronciata lo sfidava con lo sguardo. Pensò che era stato un brutto scherzo della fame, del resto era da circa due ore che non metteva nulla sotto i denti. Così corse in cucina, si riempì le tasche di farcitine alle more e masticandole rumorosamente si riaccomodò sul tappeto scansando con un piede il quaderno di matematica.
- Scusa perchè non rispondi?-E perchè prendi a calci i compiti? E perché mangi in modo così sgraziato? E perché…
Gilia si avvicinò più che potè con il viso allo schermo e fissò severa Pinco,lo guardò negli occhi ….ma non capiva perchè il suo faccino restava sempre allegro, anche mentre la rimproverava…si allontanò…uno, due ,tre passi..poi si girò di scatto…Pinco era sempre là, sempre lo stesso.
Gilia provò a sentire meglio. Ma da dove veniva quella voce?
Basta… non doveva fare ancora domande. Doveva pensare….Giusto!!! La voce veniva da dentro il suo golfino, anzi da sotto il golfino ..dal suo cuore.
- Gilia, Gilia - diceva la vocina - non è così che si fa. Prima il dovere poi il piacere.
La sera Gilia raccontò tutto alla mamma, senza perché, era lei che spiegava e la mamma che ascoltava e anche senza fare tante domande venne a sapere che proprio accanto al cuore, proprio sotto il golfino c’era una piccola nuvoletta rosa che si chiamava coscienza e aiutava i bambini a capire i perché e soprattutto quando bisognava dire perché!!
di Carmelina Fraraccio
Per gentile concessione di Carmelina Fraraccio
LA FILASTROCCA DELLE VOCALI
Questo è l’esempio di una storia normale,
finita sottosopra per uno scambio di vocale.
E’ la storia di una pesciolina che RUSSA,
per l’imbarazzo diventata ROSSA,
discreta, timidona, infastidita dalla RESSA,
persino gentile se non incline alla RISSA,
quando grida in emiliano: “Mo’ guarda che son di …RASSA!!!”
Questo è l’esempio di una storia normale,
finita sottosopra per una scambio di vocale.
Così tra gli sterpi e gli arbusti della FRATTA,
in cui le formiche avanzano in FROTTA,
Susanna sulla sua scopa vola via di FRETTA,
per portare alla mamma la FRUTTA,
sperando che la cena sia lucertola FRITTA.
Questo è l’esempio di una storia normale,
finita sottosopra per uno scambio di vocale.
E’ la storia di un nanetto panciuto e un poco PAZZO,
che mentre alla fonte si rade bene il PIZZO,
disgraziatamente precipita nel POZZO,
in cui è costretto a vivere ormai da un PEZZO,
lamentandosi ogni tanto giusto un po’ del PUZZO.
Questo è l’esempio di una storia normale,
finita sottosopra per uno scambio di vocale.
E’ la storia del ladro gentiluomo Beniamino CILLA,
una notte evaso dalla sua CELLA,
trovando nei sotterranei una profonda CALLA,
dopo aver lasciato un biglietto attaccato con la COLLA:
“ Ieri a casa è arrivata una nuova CULLA. “
Questo è l’esempio di una storia normale,
finita sottosopra per uno scambio di vocale.
E’ la storia della capretta EVA,
un pochino smorfiosa come ogni sua AVA,
che va al mercato per comprare due OVA,
ma che poi, per non pagarne l’ IVA,
finisce per rubar nei campi un poco d’ UVA.
Questo è l’esempio di una storia normale,
finita sottosopra per uno scambio di vocale.
E’ la storia di un piccolo RATTO,
sulle sua zampette ben RITTO,
con la coda a perfetto angolo RETTO,
ma un orecchio mezzo ROTTO :
punizione del papà per non aver trattenuto un RUTTO.
Questo è l’esempio di come anche le storie più normali,
cambiano il loro senso con la filastrocca delle vocali.
di ValentinaGhilardi
per gentile concessione di Valentina Ghilardi
COCCINELLA
Dicono tutti che, anticamente,
al mondo c’era proprio... un bel niente.
Poi ecco i monti, i mari ed i fiori,
ma eran tutti senza colori.
Così, un bel giorno, Fata Natura
prese i colori e, senza premura,
scelse del blu e, senza pensare,
riempì il cielo, gli oceani e il mare.
Poi prese il verde e dipinse, a più strati,
tutte le foglie e l’erba dei prati.
La Coccinella, volando pianino,
a Fata Natura andò vicino,
si fermò poi sul suo bel vestito
e, dopo un poco, le andò su un dito:
“Fata Natura, ti posso aiutare?
Io i pennelli ti posso lavare.”
Ci pensò su, la Fatina bella,
e poi rispose alla Coccinella:
"Tanto lavoro io ho da fare,
alberi e fiori da colorare,
poi gli animali, che sono migliaia,
e poi la terra, la sabbia, la ghiaia
ed agli uccelli le mille piume,
a tutti i pesci le loro squame:
ho un miliardo di cose fare.
Perché ho deciso di colorare?
Ma, se mi aiuti, farò in un momento:
il lavoro, in due, è divertimento!”
Fata Natura dipinge cantando
e Coccinella l’aiuta lavando.
Passano i giorni e il mondo è a colori:
dà allegria guardare i fiori,
il rosa dell’alba, il blu della sera...
Sol Coccinella è ancor tutta nera.
Fata Natura nota l’errore,
ma... non c’è più neppure un colore!
E’ dispiaciuta, la buona Fata:
niente colore per chi l’ha aiutata,
ma Coccinella non si lamenta:
è stata d’aiuto, ed è contenta.
Una sera Tancredi (è un tramonto stupendo)
il mondo di rosso va dipingendo;
vede Natura col naso arrossato,
allor le chiede cos’è capitato.
Natura racconta di Coccinella,
che lei vorrebbe davvero bella;
per sette giorni è stata aiutata
e lei... se l’è proprio dimenticata!
"Su, basta piangere. Il rimedio c’è:
prendi del rosso un po’ qui, da me.
Sulle sue ali lo vai a posare
e, se davvero vuoi ricordare
questo suo aiuto di sette giorni,
lasciale neri tutti i contorni,
poi sulle ali fai sette puntini:
daran fortuna a grandi e piccini! "
Così Coccinella, grazie a Tancredi,
indossa i colori che anche tu vedi.
©Nonna Al
per gentile concessione di Nonna Al
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Una favola e poi mi addormento
